CEMENTIFICI PETCOKE RIFIUTI DIOSSINE INQUINANTI TUMORI
Caricato da isolapulita. - I nuovi video di oggi.
NO ALL'USO DI COMBUSTIBILE CDR PER I CEMENTIFICI
"Per dire NO all'uso del CDR come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri ad indicare sul contenitore se il cemento, in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti". Gli ambientalisti lanciano l'allarme, per un eventuale coinvolgimento dei cementifici dell'isola allo smaltimento di rifiuti, con un comunicato stampa congiunto di Decontaminazione Sicilia, AugustAmbiente, Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo, Rete Rifiuti Zero Messina. "Infatti il cemento, ottenuto con il co-incenerimento di CDR e combustibile fossile, - spiegano le associazioni - diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica). Inoltre i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore. Alle Associazioni basta solo quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrari ad ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo. Al posto della combustione del CDR si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia. Dietro l'angolo - concludono le associazioni ambientaliste - ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l'autorizzazione del co-incenerimento del CDR; questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare CDR nei cementifici". Il Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) è un combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, raccolto generalmente in blocchi cilindrici denominati ecoballe. Il CDR viene utilizzato per l'incenerimento in appositi impianti inceneritori, che essendo dotati di sistemi di recupero dell'energia prodotta dalla combustione producono elettricità o, assieme, elettricità e calore (cogenerazione). Il CDR può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici, per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso.Il 22 dicembre 2008 l'Italia è stata condannata dall'Unione europea, perché il CDR (anche il CDR-Q, la qualità migliore) va considerato non nuovo prodotto ma rifiuto, e deve quindi sottostare alle norme di sicurezza relative.



domenica 23 settembre 2012

Ilva Taranto, commissione al lavoro per rilascio autorizzazione ambientale


Ilva Taranto, commissione al lavoro per rilascio autorizzazione ambientale

Per il 30 settembre potrebbe essere pronta nonostante i custodi siano sommersi di lavoro. Il presidente Carla Sepe chiede al numero uno degli esperti nominati dal gip, l'ingegner Barbara Valenzano, di voler confermare una serie di informazioni trasmesse dall'azienda. Ma i dati sono mai arrivati ai tecnici

Ilva Taranto, commissione al lavoro per rilascio autorizzazione ambientale



Il lavoro della commissione per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale all’Ilva non conosce sosta. Per il 30 settembre potrebbe essere pronta, nonostante i custodi siano sommersi di lavoro. Il presidente Carla Sepe non ha esitato a chiedere informazioni in pochi giorni anche minacciando una denuncia. La prima lettera è datata 3 settembre 2012, la seconda è di appena una settimana più tardi. In entrambe le missive il presidente chiede al “gestore” dello stabilimento, Barbara Valenzano, di voler confermare una serie di informazioni trasmesse da Ilva entro un paio di giorni, pena la denuncia per omessa comunicazione. Peccato che né Ilva né la commissione abbiano inviato quei dati “voluminosi” ai tecnici.  Barbara Valenzano, però, schiva il colpo entrambe le volte e rilancia: “Nessuna di quelle proposte di intervento è giunta ai custodi, ma in ogni caso – scrive la Valenzano dopo aver reperito le proposte attraverso strade differenti – si ritiene necessario integrare l’elenco degli interventi proposti dalla società” per adeguarli alle migliori tecnologie disponibili e ricorda alla Sepe che la sua commissione “ha piena facoltà di individuare interventi integrativi o migliorativi” rispetto a quanto proposto dall’Ilva. I custodi, insomma, devono riuscire a risolvere entro pochi giorni tutto quello che in decenni istituzioni, locali e nazionali non hanno saputo fare. Se non ci riescono, per loro scatta la denuncia.
Il ministro dell’ambiente Corrado Clini, intanto, non perde occasione per ribadire che ”l’autorizzazione che consente all’Ilva l’esercizio degli impianti compete al ministero dell’Ambiente. Io – aggiunge il ministro – so qual è il mio compito e conosco quelli della magistratura”. Un concetto chiaro, anche se non proprio in linea con il codice di procedura penale: per Clini non sarà la procura di Taranto né il gip Patrizia Todisco a impedire che la fabbrica del Gruppo Riva possa continuare a produrre. Una vera e propria sfida dopo la bocciatura del piano di interventi proposto dal presidente Bruno Ferrante che mirava a ottenere anche una minima capacità produttiva che possa garantire anche la salvaguardia degli impianti e i livelli occupazionali.
Il 30 settembre, per Clini e la sua commissione, è quindi una data cruciale. Secondo il ministro, i tempi del risanamento si aggirerebbero intorno a 3 o 4 anni e gli interventi sarebbero così “imponenti” da “cambiare non solo la pelle, ma anche il cuore industriale di Taranto”. Nel frattempo l’Ilva avrebbe l’ok del Ministero dell’ambiente per continuare a produrre e, quindi, a inquinare. Una sorta di licenza per continuare ad avvelenare operai e cittadini di Taranto in attesa di realizzare gli interventi per “eliminare tutte le situazioni di pericolo”. L’attività produttiva potrebbe quindi riprendere in barba alle disposizioni del tribunale del Riesame che confermando il sequestro senza facoltà d’uso, aveva stabilito che l’attività produttiva potrà riprendere solo “in condizioni di piena compatibilità ambientale, una volta eliminate del tutto quelle emissioni illecite, nocive e dannose per la salute dei lavoratori e della popolazione”.
Eppure l’Ilva aveva già ottenuto l’Aia il 4 agosto 2011 con una commissione guidata allora dal presidente Dario Ticali. Lo stesso che avrebbe ricevuto, secondo quanto racconta l’avvocato Franco Perli a Fabio Riva in una telefonata intercettata dalla Guardia di finanza di Taranto, la disposizione da Luigi Pelaggi, ex capo di gabinetto dell’allora ministro Stefania Prestigiacomo, di “parlare” con Giorgio Assennato sulla cui testa pendeva, per il suo comportamento ostile all’azienda, il diktat di “distruggerlo” dell’ex pr dell’Ilva, Girolamo Archinà. Le prescrizioni contenute nell’autorizzazione concessa da quella commissione, i cui lavori secondo quanto emerge dalle intercettazioni sarebbero stati pilotati dal sistema Archinà, si sono dimostrate assolutamente inefficaci tanto che una nuova commissione sta procedendo al suo riesame. A guidarla, oggi, c’è Carla Sepe che nell’agosto 2011 era la vice di Ticali. La commissione si riunisce spesso all’interno dello stabilimento, ma i sopralluoghi agli impianti sarebbero stati appena due. Ai lavori partecipa anche l’azienda, nonostante il divieto imposto dal custode giudiziario. Perché il 30 settembre incombe e l’Aia “s’ha da fare”. Sempre che la commissione riesca a finire i lavori.












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Procura all'Ilva: eliminare le emissioni inquinanti stop all'attività produttiva




TARANTO – Non c'è alcuna autorizzazione ad una produzione ridotta: gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva sottoposti a sequestro inquinano e quindi non possono continuare a produrre. Il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, non lascia spazio ad equivoci sulle direttive impartite ai custodi giudiziari del siderurgico, intervenendo in prima persona con una nota per precisare i contenuti della direttiva e smentire interpretazioni che parlano di una «inesistente autorizzazione» a continuare la produzione anche se a livelli ridotti. 

Il sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, precisa infatti Sebastio nella nota, «impone l’eliminazione delle emissioni inquinanti e pericolose e all’uopo inibisce qualunque attività produttiva degli impianti sequestrati. L'ultima direttiva consegnata ai custodi tecnici e al presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, «integra e chiarisce – precisa Sebastio – in maniera esaustiva il contenuto delle precedenti direttive interlocutorie via via emesse». Il procuratore ribadisce, quindi, che «l'utilizzo degli impianti in questione è consentito all’unico fine della bonifica in vista della loro eventuale successiva riutilizzazione a fini produttivi».

La procura riconosce che la complessità del ciclo continuo di funzionamento dell’acciaieria impone alcune cautele «tecnicamente necessarie per evitare, ove possibile, il deterioramento o la distruzione degli impianti medesimi», ma spiega con determinazione che «il sequestro inibisce l’utilizzo degli impianti e delle aree sequestrate ai fini produttivi, ivi compresi i parchi minerari». Ovviamente, conclude Sebastio, «i custodi-amministratori provvederanno all’attuazione definitiva sulla base delle prescrizioni e degli interventi tecnici che saranno da loro determinati così come peraltro disposto nei provvedimenti di sequestro emessi dal gip e dal Tribunale del riesame, riferendone a questo ufficio».

La precisazione del procuratore arriva all’indomani di una intensa giornata dedicata da Governo, Regione ed Enti locali al tentativo di salvare il polo siderurgico tarantino cercando anche in Europa fonti di finanziamento per rendere compatibili dal punto di vista ambientale gli impianti dell’acciaieria. Il ministro dell’ambiente Corrado Clini ieri è stato prima a Bari e poi a Taranto per incontrare il commissario europeo Tajani, azienda, sindacati e ambientalisti.

La direttiva della procura era stata consegnata ai tre custodi 'tecnicì e anche al presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, anche lui custode giudiziario. Nel documento si ribadiva che il sequestro degli impianti dell’aria a caldo del siderurgico è senza facoltà d’uso, che gli impianti non possono essere utilizzati a fini produttivi, così come già indicato nel decreto di sequestro confermato dal Tribunale del Riesame, pur dovendo salvaguardare gli stessi impianti.


AIA Ilva, le osservazioni tecnico-giuridiche di PeaceLink

14 settembre 2012 - Associazione PeaceLink
Documento presentato da PeaceLink


Osservazioni tecnico-giuridiche nell'AIA

Vi è un equivoco di fondo quando si dice "mettere a norma" gli impianti dell'Ilva. Che cosa significa infatti "mettere a norma"?

L'AIA prevede che una fabbrica sia autorizzata se adotta le BAT, ossia le migliori tecnologie disponibili. Ma "disponibili" vuol dire che sono nella disponibilità economica dell'imprenditore.

Il dlgs 59/2005 definisce così il significato di "disponibili":

le tecniche sviluppate su una scala che ne consenta l'applicazione in condizioni economicamente e tecnicamente valide nell'ambito del pertinente comparto industriale, prendendo in considerazione i costi e i vantaggi, indipendentemente dal fatto che siano o meno applicate o prodotte in ambito nazionale, purche' il gestore possa avervi accesso a condizioni ragionevoli;

Una tale definizione di “disponibile” porta a subordinare l’efficacia tecnica alle ragioni della “ragionevolezza economica”.
Ilva fa riferimento a questo aggettivo (“disponibile”) per dire che ha scelto fra le varie tecnologie quella che più le sembra idonea alla propria “disponibilità economica” e ha già detto in passato che è già dotata delle BAT, ossia delle migliori tecnologie disponibili.
La nostra risposta è pertanto che occorre andare OLTRE le migliori tecnologie disponibili per parlare di adozione delle migliori tecnologie in assoluto, ossia quelle a cui fa riferimento la perizia chimico-tecnologica commissionata dal GIP dott.ssa Patrizia Todisco..
La perizia valuta un “range” di soluzioni tecnologiche, ossia un intervallo di valori emissivi evidenziando di quanto - rispetto alle migliori performance ambientali - si discosti l’attuale livello emissivo degli impianti Ilva.
Come fare in modo che l’AIA adotti le migliori tecnologie in assoluto?
Come poter dire che la “messa a norma” degli impianti significhi l’adozione delle migliori tecnologie in assoluto?
La risposta sta nell’articolo 8 della normativa sull’AIA (dlgs 59/2005) che è stato trasfuso nel Codice dell’Ambiente (dlgs 152/2006).

Ecco il testo.

Dlgs 59/2005 sull’AIA
Decreto Legislativo 18 febbraio 2005, n. 59
Attuazione integrale della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento
Art. 8. Migliori tecniche disponibili e norme di qualità ambientale
1. Se, a seguito di una valutazione dell’autorità competente, che tenga conto di tutte le emissioni coinvolte, risulta necessario applicare ad impianti, localizzati in una determinata area, misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale, l’autorità competente può prescrivere nelle autorizzazioni integrate ambientali misure supplementari particolari più rigorose, fatte salve le altre misure che possono essere adottate per rispettare le norme di qualità ambientale.

Questo articolo è stato COMPLETAMEMNTE DISATTESO DALLA AIA rilasciata all’Ilva nel 2011.
Dalla perizia dei chimici risulta infatti che le tecnologie dell’Ilva non rientrano nelle migliori BREF (Bat Reference), ossia nelle migliori tecnologie in assoluto. In alcuni casi le tecnologie adottate sono fuori dal “range” delle Bref, e questo è gravissimo, perché vuol dire che i vari tecnici della Commissione Aia, compresi quelli degli enti locali, non hanno vigilato, o hanno vigilato al contrario, come sembra emergere dalle intercettazioni, dove compaiono alcuni nomi.

Ed ecco le prestazioni ambientali degli impianti dell’Ilva, raffrontate con le BREF.

COKERIA

Emissioni non convogliate delle polveri nel processo di cokefazione:
1 g/t è il valore minimo Bref (la prestazione con la migliore tecnologia)
69.6 g/t è il valore stimato dal gestore post-intervento AIA
17,2 g/t è l’inquinamento massimo consentito dalle Bref

Ossia: le emissioni della cokeria dell’Ilva con l’AIA sarebbero circa 70 volte superiori a quanto consentirebbe la migliore tecnologia!

E’ sorprendente che i tecnici della Commissione AIA e degli enti locali abbiano consentito uno sforamento di questo genere autorizzando un impianto che è stato poi sequestrato dalla Magistratura.

Le caratteristiche dell’impianto autorizzato contrastano con quanto previsto dal dlgs 59/2005 (normativa AIA). Infatti con l’AIA possono essere autorizzate solo le migliori tecnologie disponibili!
Se si considerano le emissioni orarie (Kg/h valori di massa) la cokeria avrebbe emissioni circa 20 volte superiori
minimo Bref 0,65 kg/h
valore misurato dal gestore Ilva 12,6 kg/h

La commissione AIA inoltre ha autorizzato una cokeria a 300 metri dal centro abitato quando una cokeria – anche se dotata di BAT recenti - non è in grado di scendere sotto 1 ng/m3 di benzo(a)pirene nel raggio di 1700 metri, come ha documentato PeaceLink nelle proprie osservazioni presentate per l’AIA del 2011.

Molto chiari sono infatti i risultati degli studi riportati in Atmospheric Environment 43 (2009) 2070–2079. Lo studio è stato condotto da Diane Ciaparra (Corus Research, Development and Technology, UK), Eric Aries (Corus Research, Development and Technology, UK), Marie-Jo Booth (Corus Research, Development and Technology, UK), David R. Anderson (Corus Research, Development and Technology, UK), Susana Marta Almeida (ISQ, Portogallo), Stuart Harrad (Division of Environmental Health & Risk Management, Public Health Building, School of Geography, Earth & Environmental Sciences, University of Birmingham, UK).

A conferma del fattore “distanza” e delle criticità della cokeria di Taranto, c’è anche uno studio scientifico svolto a Genova che conferma quanto sopra asserito dai tecnici della Corus Research per il benzo(a)pirene:

a Genova il benzo(a)pirene è diminuito fra il 92 e il 97% quando hanno spento la cokeria, come documenta questa ricerca scientifica coordinata dal dott. Federico Valerio:

Appare del tutto evidente che la cokeria dell’Ilva non possa ottenere – anche per ragioni di distanza, oltre che per ragioni tecniche – l’Autorizzazione Integrata Ambientale, e che l’unica soluzione per abbattere le emissioni di benzo(a)pirene - rimuovendo il pericolo segnalato dalla Magistratura – sia la chiusura dell’attuale cokeria da cui deriva il sistematico sforamento del valore di 1 ng/m3 di benzo(a)pirene nel quartiere Tamburi di Taranto.

IMPIANTO DI AGGLOMERAZIONE

Particolarmente grave è la situazione del camino E312 che - benché abbia attirato l’attenzione per le emissioni di diossina - è tuttavia fuori dalle BREF per le polveri/orarie:
Differenza in massa delle polveri emesse tra i valori misurati e quelli di riferimento del BRef-BAT Conclusions della Fase di processo Sinterizzazione:

Minimo Bref 3,4 kg/h
Misurato dal gestore Ilva 85,5 kg/h
Massimo Bref 51 kg/h

Come si vede le emissioni di polveri di quel camino (noto per emettere diossina) si attestano su quantitativi orari di polvere 25 volte superiori rispetto ai minimi emissivi consentiti con la migliore tecnologia.
DEPOLVERAZIONE CAMINI E 314 ED E 315
Il sistema di depolverazione secondaria dei camini E 314 ed E 315 si pone anch’esso al di fuori delle BREF:
55,57 kg/h misurato dal gestore Ilva
Massimo Bref 17 kh/h


ALTOFORNI
Per l’altoforno le cose non vanno benissimo, in quanto le prestazioni si collocano nella fascia peggiore delle Bref:
Altoforno, fase processo di caricamento

minimo Bref kg/h polveri 2,14
misurato dal gestore 29,88
massimo Bref 31,97

Come si vede si potrebbero ottenere emissioni orarie 14 volte inferiori con la migliore tecnologia.
E anche nella fase di colaggio ghisa e loppa le prestazioni sono inaccettabili, se si fa riferimento all’art.8 del dlgs 59/2005, visto prima. Infatti:

minimo Bref 0,42 g/t di ghisa
misurato dal gestore Ilva 40,1 g/t
massimo Bref 41,95 g/t

In poche parole se venisse adottata la migliore tecnologia in questa fase, avremmo una diminuzione delle emissioni orarie di 95 volte. E la commissione AIA ha approvato!

ACCIAIERIE

L’acciaieria ha emissioni di polveri anch?essa inaccettabile. Fuoriesce dal range delle Bref il rapporto grammi di polvere per tonnellata di acciaio:

Acciaieria, emissioni polveri
minimo bref 14 g/t di acciaio
massimo bref 143 g/t
stimato dal gestore Ilva post interventi 218,68 g/t

I valore di emissioni dell’acciaieria è ben 15 volte superiore a quello consentito dalla migliore tecnologia.
Di tutte queste sviste ne dovranno rispondere i componenti della Commissione AIA, e in particolare quelli che dovevano rappresentare il Comune, la Provincia e la Regione, per non aver tutelato gli interessi della popolazione. Ma ne dovranno rispondere anche i decisori politici, a cui spetta il compito di prendere le decisioni ultime e - se hanno scelto tecnici compiacenti o disattenti o negligenti - ne rispondono anche essi per non aver vigilato o per aver condiviso scelte che la magistratura ha “bollato” come contrarie alla salute.

Quindi la nostra richiesta deve essere: applicare l’art. 8 del dlgs 59/2005 e quindi applicare le migliori tecnologie (quella indicate con grande precisione nell’ordinanza del GIP Todisco).

La loro adozione può prevedere un cronoprogramma, ma a PRODUZIONE FERMA e impianti accesi. TECNICAMENTE SI POSSONO TENERE GLI IMPIANTI IN STAND BY, li si può fermare da un punto di vista produttivo senza che si distruggano, esattamente come si fa quando li si ferma per le manutenzioni. Solo che in questo caso si tratterebbe di rifacimento secondo i migliori standard previsti dalle Bref.

Inoltre vi sono queste osservazioni.

SCARICO MATERIE PRIME AL PORTO
Gli sporgenti dell’Ilva sono stati sequestrati dalla magistratura per l’inquinamento del mare, del suolo e dell’aria, prodotto nelle fasi di scarico e trasferimento sui nastri trasportatori, che sono scoperti per la maggior parte del tragitto. La situazione è diventata ancora più critica dopo l’autorizzazione dello scarico del pet-coke, reso possibile dall’AIA del 2011.
La nostra richiesta – in linea anche con la posizione dell’Arpa Puglia - è Ilva non possa ricevere l’AIA se non adotta procedure di scarico e trasferimento nei nastri trasportatori che avvengano in ambienti coperti e senza provocare la dispersione delle materie prime.

PARCHI MINERALI
Le analisi sui campioni prelevati il 16 febbraio 2001 dai periti della Procura all’interno dei parchi minerali e il 23 novembre 2011 nell’area perimetrale dello stabilimento Ilva, sul lato interno, evidenziano la presenza di composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di Ferro e Ossidi di Ferro, con presenza di tracce di metalli pesanti (in particolare arsenico) e addirittura di diossine e furani, nonché di PCB, oltre a piombo, vanadio e nichel (nel campione nelle adiacenze dei parchi minerali).1
La situazione è diventata ancora più critica dopo l’autorizzazione dello stoccaggio del pet-coke nei parchi minerali, reso possibile dall’AIA del 2011.
Le dichiarazioni del Procuratore della Repubblica dott. Franco Sebastio sul parco minerali dell’Ilva di Taranto fanno chiarezza su un “papocchio” che - complici i decisori politici - si trascina da troppo tempo. Il Procuratore Capo ha dichiarato infatti: “Innaffiare i parchi minerali è inutile e anzi dannoso”. E ha precisato: “In assenza di un sistema di scolo convogliato e impermeabile, provoca inquinamento ulteriore: Dobbiamo aggiungere un’alta ipotesi di reato?”
La nostra richiesta – in linea anche con la posizione dell’Arpa Puglia - è Ilva non possa ricevere l’AIA se non adotta una copertura idonea dei parchi minerali.
Non va dimenticato infine il parco minerali. L’acciaio a Dangjin, nella Corea del Sud, si fa con i parchi minerali coperti. Nelle intercettazioni telefoniche appare chiara la preoccupazione dell’Ilva per i parchi e non a caso il Sindaco non ha prescritto la copertura. E neppure Vendola e Florido.

MISE FALDA SUPERFICIALE E PROFONDA

L’AIA dell’Ilva deve prevedere la messa in sicurezza di emergenza (MISE) della falda sottostante e la bonifica, come presito dalla Conferenza dei Servizi:

Per PeaceLink
Ing. Carlo Gubitosa
Dott,ssa Lidia Giannotti
Prof. Alessandro Marescotti

1 Si rimanda all’ordinanza del Tribunale del Riesame.





Ilva: ambientalisti Taranto ricordano a Clini sua posizione su impianto Genova

Taranto, 13 set. - (Adnkronos) - In vista dell’incontro che terranno con Corrado Clini domani nella Prefettura di Taranto i responsabili delle associazioni locali di Ail (Associazione Italiana contro le Leucemie) Paola D’Andria, Fondo Antidiossina Taranto Onlus Fabio Matacchiera e PeaceLink Alessandro Marescotti, riuniti nel gruppo Altamarea, in un documento che verra’ consegnato domani ricordano all’esponente di governo una sua vecchia dichiarazione pronunciata dodici anni fa a proposito degli impianti dell’Ilva di Cornigliano (Genova). ‘La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle Acciaierie - diceva alora - e’ una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo gia’ in ritardo’. “Riteniamo che la posizione espressa da Clini per l’Ilva di Genova dodici anni fa - sottolineano - non possa non valere anche per l’Ilva di Taranto oggi, di fronte a evidenze chimiche ed epidemiologiche non dissimili da quelle che emersero nell’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Vogliamo evidenziare con chiarezza la posizione delle nostre associazioni: gli impianti sotto sequestro non sono idonei a ricevere l’autorizzazione integrata ambientale”. “I risultati delle indagini penali - continuano le tre associazioni - sono un dato da cui non si puo’ prescindere, ed hanno reso necessario il sequestro di alcuni impianti proprio in quanto il loro esercizio, l’attivita’ in concreto, non potenziale, era in grave violazione di norme penali, norme poste a protezione di beni fondamentali come la vita e la salute che nel caso dell’Ilva riguarda un numero enorme di persone. Chi ha reso possibile quella attivita’ e’ stato tra l’altro colpito da provvedimenti restrittivi della liberta’ personale. Non si puo’ quindi autorizzare un qualunque soggetto alla prosecuzione di reati, il cui accertamento con i poteri e le facolta’ connesse e’ ovviamente riservato agli organi giurisdizionali”.

(13 settembre 2012 ore 20.16)

Documento per incontro AIA ILVA a Taranto
 
Al Ministro dell’Ambiente Corrado Clini
 
“La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle Acciaierie è una questione 
urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei 
cittadini siamo già in ritardo”. 
A pronunciare queste parole sugli impianti dell’Ilva di Cornigliano (Genova) 
dodici anni fa, era l’attuale ministro dell’ambiente Corrado Clini.
Riteniamo che la posizione espressa da Clini per l’Ilva di Genova dodici anni fa non possa non valere anche per l’Ilva di Taranto oggi, di fronte a evidenze chimiche ed epidemiologiche non dissimili da quelle che emersero nell’indagine 
della Procura della Repubblica di Genova.
Vogliamo evidenziare con chiarezza la posizione delle nostre associazioni: gli 
impianti sotto sequestro non sono idonei a ricevere l’autorizzazione integrata ambientale.
I risultati delle indagini penali sono un dato da cui non si può prescindere, ed 
hanno reso necessario il sequestro di alcuni impianti proprio in quanto il loro 
esercizio (l’attività in concreto, non potenziale) era in grave violazione di norme penali, norme poste a protezione di beni fondamentali come la vita e la salute 
che nel caso dell’Ilva riguarda un numero enorme di persone.
Chi ha reso possibile quella attività è stato tra l’altro colpito da provvedimenti 
restrittivi della libertà personale.
Non si può quindi autorizzare un qualunque soggetto alla prosecuzione di reati (il cui  accertamento con i poteri e le facoltà connesse è ovviamente riservato 
agli organi giurisdizionali).
Le perizie disposte dal Giudice per le Indagini Preliminari di Taranto hanno 
raffrontato le BAT - migliori tecnologie disponibili – alle caratteristiche degli 
impianti in uso, uno per uno, in tutte le fasi di processo; ne sono emerse 
criticità eccezionalmente pesanti che, valutate sotto il profilo degli effetti di 
carattere sanitario, non potevano che portare alla decisione dell’interruzione dell’esercizio.
Le motivazioni alla base della nostra posizione sono le motivazioni tecniche contenute nell’ordinanza del GIP.
Gli attuali impianti non possono funzionare non solo per la loro cattiva gestione e manutenzione, ma per le loro caratteristiche strutturali.
Neppure un’ottima gestione e manutenzione consentirebbero di allinearsi alle 
emissioni minime consentite dalle migliori BAT.  Per evitare ogni equivoco, va 
detto che questi impianti, anche se sottoposti ad interventi di “revamping” non sono compatibili con la salute degli abitanti del vicino centro abitato (come 
dimostrato dalle perizie). Il “revamping tecnologico” è infatti un’operazione che sottopone a revisione e ristrutturazione gli impianti industriali allo scopo di 
allungare la loro vita utile, all’interno del processo produttivo.
Sin dal 1997 (con delibera del Consiglio dei Ministri dell’11 luglio 1997 e con 
DPR del 23 aprile 2008), Taranto è stata dichiarata area ad elevato rischio di crisi ambientale.
La Commissione ICCP (che istruisce l’AIA) sa che l’articolo 8 del d.l.vo 59/2005 
in materia di rilascio dell’AIA prevede che in alcuni gravi casi, tenendo conto di tutte le emissioni coinvolte, è necessario adottare le migliori tecnologie in 
assoluto, imponendo la prescrizione cioè di “misure supplementari particolari 
più rigorose” rispetto al range di tecnologie e dei relativi risultati ottenibili, nel 
cui ambito le imprese possono normalmente scegliere (tecnologie “disponibili”).
Sugli attuali impianti siderurgici dell’area a caldo dell’Ilva, le tecnologie “migliori in assoluto“, quindi all’apice del range di possibilità, non sono implementabili.
Ci sono due i presupposti per applicare l’art. 8 (trasfuso totalmente nel d. l.vo 152/2006).
Il primo è la dichiarazione di Taranto come città a grave rischio ambientale.
Il secondo è la certificazione delle perizie commissionate dalla magistratura che attestano l’esistenza di un pericolo in atto, i cui effetti sono quantificati in 30 
decessi annui dovuti alle emissioni dell’inquinamento industriale.  Ciò è emerso nell’incidente probatorio, in contraddittorio con i periti dell’Ilva, i quali non hanno portato alcuna argomentazione per confutare i contenuti della perizia 
epidemiologica.
Pertanto le risultanze dell’incidente probaborio sono comprovate e sono ormai un dato acquisito.
Il silenzio su questa disposizione di legge è incomprensibile: se il caso dell’Ilva e la situazione creatasi attualmente a Taranto non sono quelli previsti dal citato art. 8 (e non ne integrano i presupposti per esigere nell’esercizio degli impianti 
le migliori tecnologie in assoluto), si attende di capire in quali altri casi – diversi e più gravi – ne sarebbe prevista l’applicazione.
Le nostre associazioni ritengono che azioni dirette ad autorizzare ad ogni costo l’esercizio degli impianti non porterebbero soltanto a un conflitto tra poteri o 
apparati dello Stato.
Il sistema penale, infatti, difende beni fondamentali da danni e da minacce in 
atto. Tutto l’ordinamento è diretto ad evitare il ripetersi di eventi dannosi e 
deve prevenirli. Nel caso dell’Ilva, l’esercizio di alcuni impianti ha determinato danni addirittura accertati in sentenze passate in giudicato. Chi adotta un 
provvedimento amministrativo come l’AIA non può quindi collaborare alla 
l
esione di quei beni e valori, tutelati al massimo livello dall’ordinamento.
Non basterebbe certo autorizzare gli impianti in questione con un revamping 
condizionato da prescrizioni, dato che le perizie chieste dal GIP dimostrano che nessun revamping può allineare quegli impianti alle minori emissioni possibili, consentite dalle migliori BAT.
In ogni caso, in attesa di eventuali lavori di rifacimento ex novo degli impianti 
con le migliori tecnologie in assoluto, il processo produttivo attuale, altamente 
inquinante, non può essere autorizzato.
Nessuna deroga può essere concessa.
L’AIA infatti non può prevedere deroghe all’ordinanza del GIP dott.ssa Patrizia
Todisco.
Permane pertanto il divieto di uso degli impianti a fini produttivi fino a che gli 
impianti non dovessero essere completamente rifatti rimuovendo il pericolo.
Nessun cronoprogramma che prefiguri prossime novità tecnologiche può 
prolungare la vita dell’attuale ciclo produttivo basato sulle attuali tecnologie 
inquinanti dell’area a caldo.  La produzione dell‘area a caldo attuale va 
comunque fermata perché - come documentato dall’ordinanza del GIP dott.ssa Patrizia Todisco - le attuali emissioni inquinanti in eccesso costituiscono un 
pericolo incombente sulla salute e sulla vita delle persone.
 
AIL - Associazione Italiana contro le Leucemie
Paola D’Andria
 
Fondo Antidiossina Taranto ONLUS
Fabio Matacchiera
 
PeaceLink
Alessandro Marescotti
 
Per altre informazioni
http://www.tarantosociale.org



















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