CEMENTIFICI PETCOKE RIFIUTI DIOSSINE INQUINANTI TUMORI
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NO ALL'USO DI COMBUSTIBILE CDR PER I CEMENTIFICI
"Per dire NO all'uso del CDR come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri ad indicare sul contenitore se il cemento, in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti". Gli ambientalisti lanciano l'allarme, per un eventuale coinvolgimento dei cementifici dell'isola allo smaltimento di rifiuti, con un comunicato stampa congiunto di Decontaminazione Sicilia, AugustAmbiente, Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo, Rete Rifiuti Zero Messina. "Infatti il cemento, ottenuto con il co-incenerimento di CDR e combustibile fossile, - spiegano le associazioni - diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica). Inoltre i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore. Alle Associazioni basta solo quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrari ad ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo. Al posto della combustione del CDR si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia. Dietro l'angolo - concludono le associazioni ambientaliste - ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l'autorizzazione del co-incenerimento del CDR; questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare CDR nei cementifici". Il Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) è un combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, raccolto generalmente in blocchi cilindrici denominati ecoballe. Il CDR viene utilizzato per l'incenerimento in appositi impianti inceneritori, che essendo dotati di sistemi di recupero dell'energia prodotta dalla combustione producono elettricità o, assieme, elettricità e calore (cogenerazione). Il CDR può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici, per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso.Il 22 dicembre 2008 l'Italia è stata condannata dall'Unione europea, perché il CDR (anche il CDR-Q, la qualità migliore) va considerato non nuovo prodotto ma rifiuto, e deve quindi sottostare alle norme di sicurezza relative.



domenica 12 gennaio 2014

ITALCEMENTI SOPRALLUOGHI ARPA 2009 NON E' STATA PRESENTATA ISTANZA A.I.A. VEDI 693 OBBLIGO REVAMPING PAG 4

ITALCEMENTI SOPRALLUOGHI ARPA 2009 NON E' STATA PRESENTATA ISTANZA A.I.A. VEDI 693 OBBLIGO REVAMPING PAG 4





CEMENTIFICI PETCOKE RIFIUTI DIOSSINE INQUINANTI TUMORI


ASSESSORI INDAGATI



'Nessun intervento contro lo smog' i pm indagano Lombardo e Cuffaro



17 giugno 2011 — pagina 2 sezione: PALERMO



QUESTA volta, il presidente Raffaele Lombardo non deve fare i conti con pentiti e intercettazioni, ma con una montagna di numeri che non dicono niente di buono sulla qualità dell' aria in Sicilia. Per mesi, quei numeri sono stati raccolti dalla Procura di Palermo nelle centraline di rilevamento dell' inquinamento atmosferico sparse per le nove province siciliane. I pm Geri Ferrara e Claudia Bevilacqua hanno fatto anche di più: hanno chiesto ai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di andare alla Regione e di prendere i vecchi dati sull' aria in Sicilia, fin dal 2002. Il quadro emerso è sconfortante per la salute dei siciliani. Così è nato l' ultimo atto d' accusa contro Lombardo e il suo predecessore, Salvatore Cuffaro, che si trova in carcere a scontare una condanna per favoreggiamento alla mafia. Le nuove imputazioni sono di omissione d' atti d' ufficio e getto pericoloso di cose. Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, i due governatori della Sicilia non avrebbero adottato tutte le misure previste dalla legge per fronteggiare l' emergenza inquinamento. In particolare, le giunte avrebbero dovuto attuare un piano di risanamento specifico per la qualità dell' aria. Adesso, i pm chiamano in causa anche gli assessori al Territorio e all' ambiente che si sono succeduti nel tempo. Sono Mario Parlavecchio (in servizio dal 2003 al 2004); Francesco Cascio, attuale presidente dell' Assemblea regionale, che ha ricoperto la carica di assessore all' Ambiente dal 2004 al 2006; Rossana Interlandi (per il 2006-2008); Giuseppe Sorbello (2008-2009); Mario Milone, oggi assessore al Comune di Palermo, nel 2009 alla Regione; Giovanni Di Mauro (2010) e Gianmaria Calogero Sparma, assessore regionale da ottobre 2010. Dunque, anche i titolari della delega all' ambiente saranno chiamati in giudizio fra una ventina di giorni, quando i procuratori aggiunti Leonardo Agueci e Nino Gatto formalizzeranno la richiesta di rinvio a giudizio. Lombardo affida la sua difesa a una nota: «Il piano regionale di coordinamento della qualità dell' aria-ambiente è stato modificato e aggiornato nel 2008», spiega. «Nello stesso anno la Regione ha realizzato l' inventario regionale delle emissioni in ambiente, la valutazione della qualità dell' aria e sempre nel 2008 la zonizzazione del territorio regionale». Il governatore parla anche dell' attivazione di un tavolo di coordinamento regionale e di alcuni tavoli provinciali, «per arrivare - dice - alla concertazione di tutte le azioni da porre in essere per la tutela della qualità dell' aria». Nell' autodifesa di Lombardo figura anche un piano per la «ridislocazione delle reti di monitoraggio». Ma alla Procura di Palermo, che in questi mesi ha acquisito numerosi documenti alla Regione, non è bastato. Nel capo d' imputazione notificato ieri pomeriggio si parla di «prolungata esposizione della popolazione a valori di inquinanti dell' aria superiori ai limiti fissati dalla normativa nazionale e comunitaria». Nel fascicolo sono finite decine di segnalazioni di



funzionari e tecnici dell' assessorato all' Ambiente, per far partire le contro misure concrete all' inquinamento, per far partire le contro misure c o n c r e t e all' inquinamento, e non solo piani di studio, tavoli tecnici e monitoraggi. Anche per questa ragione, i funzionari che inizialmente erano stati indagati dalla Procura usciranno probabilmente di scena, con una richiesta di archiviazione. Loro avevano fatto il loro dovere, sollecitando un intervento politico. Legambiente annuncia già una costituzione di parte civile e attacca: «In questi anni la Regione non ha mai affrontato la vicenda nonostante le nostre sollecitazioni». - SALVO PALAZZOLO

















Incompatibile con i veleni di Totò






Gioacchino Genchi, ex leader del movimento studentesco palermitano del '68, tutto poteva immaginare nella vita, tranne che avrebbe avuto di nuovo a che fare, quasi quarant'anni dopo il '68, con quel “tipo strano” che frequentava le assemblee del collettivo della facoltà di scienze e poi andava a denunciare gli studenti alla polizia. Quel “tipo strano”, che gli stessi studenti allontanarono a calci nel sedere dall'università appena scoprirono che era un infiltrato, un paio di mesi fa è diventato nientemeno che direttore generale del dipartimento territorio e ambiente nel medesimo assessorato della Regione Sicilia, dove Gioacchino Genchi dirige da diversi anni l'importante “Servizio 3”, quello che si occupa della tutela dall'inquinamento atmosferico.



L'ex infiltrato - peraltro reo confesso – nel movimento studentesco, ex militante del Msi e poi di An, e ora alto dirigente regionale in quota dell'Mpa di Raffaele Lombardo, è insomma il suo nuovo capo gerarchico e in virtù di questo potere l'8 gennaio scorso ha deciso che per “ordini superiori” Gioacchino Genchi non deve più dirigere quel Servizio. Senza curarsi minimamente della legge (la numero 241 del '90 sui procedimenti amministrativi), Pietro Tolomeo, il suddetto direttore generale, ha quindi preso carta e penna e senza alcuna motivazione né preavviso gli ha revocato l'incarico in seduta stante, destinandolo in un'altra sede. “Conseguentemente a ciò e ribadendo la richiesta già avanzata per le vie brevi – è stata la sua intimazione scritta – le si chiede di consegnare immediatamente allo scrivente tutta la documentazione e il registro di protocollo interno relativi al Servizio 3 ancora in suo possesso”. Dalle parole è poi passato ai fatti. Di fronte alle resistenze di Genchi a lasciare il suo posto di lavoro, Tolomeo – che come avrete già capito è uno che gli “ordini superiori” li esegue davvero alla lettera – ha infatti cominciato lui stesso a sgomberare scaffali e scrivanie dall'ufficio del funzionario, tentando, in sua assenza, di prelevare anche documenti dal suo computer. Ma non è finita, perché Tolomeo - che è un tipo abbastanza grosso di statura e a quanto pare anche abbastanza manesco -, l'11 gennaio, e cioè tre giorni dopo aver dato il benservito a Genchi, visto che quest'ultimo e uno dei suoi collaboratori insistevano cercando di fargli capire che la revoca dell'incarico senza giustificato motivo è nulla, e che proprio per questo motivo i documenti che lui pretendeva non glieli avrebbero consegnati, Pietro Tolomeo è saltato su tutte le furie e si è avventato fisicamente addosso ai due interlocutori.






Perché e per conto di chi?



Adesso tutta questa storia è nelle mani della magistratura, alla quale Gioacchino Genchi – contro la cui rimozione sono scesi in piazza ambientalisti, comitati di cittadini, sindacati o di base e politici regionali – si è subito rivolto per difendere i suoi diritti. Ma a questo punto la domanda è: perché Pietro Tolomeo ha fatto quello che abbiamo appena raccontato?, o meglio: per conto di chi ha eseguito quell'”ordine superiore” come ha lui stesso confidato a Genchi? Date le caratteristiche del personaggio, tutte le ipotesi sono ovviamente plausibili, ma tendiamo ad escludere che si sia trattato di una sua vendetta postuma per i fatti universitari del secolo scorso. Il suo passato di fascista e di spia della polizia, a parte i metodi, al 99,9% non ha alcun legame con l'epurazione dell'ex leader sessantottino dal Servizio antinquinamento. Un Servizio – è bene sottolinearlo – che è come il fumo negli occhi sia per le grandi lobby chimiche che operano nell'isola che per lo stesso potere siciliano.



Le origini della rimozione di Genchi, già vittima l'anno scorso di una simile ritorsione, vanno quindi rintracciate tra i numerosi provvedimenti che il “Servizio 3” da lui diretto stava per emettere o ha emesso nei mesi più recenti. Tra questi la clamorosa chiusura della distilleria Bertolino di Partinico, la più grande e la più inquinante fabbrica etilica d'Europa, di proprietà della cognata dell'ex “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, Angelo Siino (poi pentito) e nella quale si sarebbero, fra l'altro, tenute varie riunioni della Cupola di Bernardo Provenzano. Poi ci sono le drastiche misure nei confronti di alcune industrie catanesi del mattone che impastavano ceramica con i fanghi tossici dei petrolchimici del siracusano, e del cementificio di Isola delle Femmine (Italcementi) per l'uso del Pet Coke come combustibile per alimentare gli impianti che da anni avvelenano terra mare e cielo della località alle porte di Palermo.



Insomma di interventi scomodi il direttore del “Servizio 3” ne ha firmati parecchi e altri ne aveva in serbo, come quelli rivolti ai petrolchimici di Gela, Augusta e Priolo. Ma gli indizi maggiori della sua rimozione portano dritti dritti ai quattro mega inceneritori di rifiuti che il presidente della regione Totò Cuffaro vuole realizzare a tutti i costi in Sicilia: è un business colossale di circa 2 miliardi di euro che non può, anzi non deve assolutamente sfumare per colpa di un funzionario troppo ligio al proprio dovere, e che soprattutto non intende piegarsi alle pressioni del governatore.



A Genchi il piano rifiuti di Cuffaro non è mai piaciuto, c'è troppa puzza di bruciato. E infatti non lo ha mai approvato. Ma non lo ha bocciato per un capriccio politico. Tant'è che nessuno, neanche lo stesso Cuffaro, gli ha mai mosso un simile rimprovero. Il no del “Servizio 3” alle autorizzazioni delle emissioni di gas in atmosfera – preliminari per l'avvio dei cantieri – tende semplicemente ad applicare le normative, italiane ed europee, sulla tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini. I quattro inceneritori – previsti a Palermo, Paternò, Augusta e Casteltermini – oltre ad essere sovrastimati per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla Sicilia, emettono una quantità di diossina dieci volte superiore ai limiti massimi tollerati ma non auspicati dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l'organismo umano. Un esempio pratico: con l'entrata a regime dell'inceneritore palermitano di Bellolampo ai 750 mila residenti del capoluogo siciliano verrebbe inflitta la stessa overdose di polveri tossiche e nocive “tollerata ma non auspicata” per una megalopoli di 7 milioni e mezzo di abitanti. Inoltre, contro gli inceneritori, c'è l'opposizione dei sindaci dei luoghi in cui sono previsti, che in quanto responsabili della salute, per legge, vanno ascoltati. “Per queste ragioni – dice Genchi – abbiamo ritenuto che i quattro inceneritori sono incompatibili con il territorio e le popolazioni”.






Verdetto già scritto



È il verdetto che il responsabile del “Servizio 3” ha scritto già un anno e mezzo fa, quando gli inceneritori cominciavano a muovere i primi passi. Un verdetto che però Gioacchino Genchi non ha fatto in tempo a emettere formalmente, perché proprio nel momento in cui stava per farlo, Totò Cuffaro, annusata l'aria al secondo piano di via Ugo La Malfa 169, bloccò in extremis la sentenza. In che modo? Esattamente come è stato per la seconda volta fatto l'8 gennaio scorso: rimuovendo Genchi dalla direzione del Servizio.



Ma nel settembre 2005 il governatore siciliano fece male i calcoli. Pensava che una volta eliminato Genchi dal “Servizio 3”, il problema per gli”intoccabili 4” sarebbe stato definitivamente risolto. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco, evidentemente. Tant'è che ancora oggi la questione inceneritori è tutt'altro che chiusa. Sono così tante le irregolarità riscontrate nelle procedure che hanno consentito l'avvio dei cantieri, che nessuno sa esattamente come andrà a finire. C'è l'inchiesta della magistratura di Palermo sui bandi di gara (gran parte degli appalti se li sono aggiudicati varie società capitanate dal gruppo Falk) pubblicati soltanto in Italia e non in tutta Europa come invece stabilisce la normativa; c'è poi la procedura d'infrazione della corte europea di giustizia per violazione della direttiva Ue sulla raccolta differenziata dei rifiuti, relegata dal piano Cuffaro ad optional anche rispetto al decreto Ronchi del '97; e c'è, soprattutto, l'indagine amministrativa del ministro dell'ambiente Pecoraro Scanio che ha riscontrato, otto mesi fa, “gravi illeciti” sulle autorizzazioni delle emissioni in atmosfera concesse alle ditte appaltatrici dal suo predecessore Altero Matteoli. Fu infatti l'ex ministro di An ad acquisire i poteri sostitutivi sulle stesse concessioni una volta azzerata l'autorità siciliana (Genchi) istituzionalmente preposta a farlo.



Era il mese di giugno del 2006, quando Matteoli e gli altri due ministri Francesco Storace (salute) e Pietro Lunardi (attività produttive), proprio nell'ultimo giorno del governo Berlusconi a palazzo Chigi diedero il via libera agli inceneritori. Ma i nulla osta, come peraltro fecero notare tre tecnici dello stesso ministero a Matteoli, non potevano essere concessi perché erano abbondantemente scaduti i termini di legge. Erano passati più di 900 giorni dal momento in cui le ditte ne avevano fatto richiesta. La normativa prevede che tali risposte devono essere invece date “entro 90 giorni”.



Le autorizzazioni alle emissioni di gas serra sono dunque “illegittime” e in quanto tali andrebbero annullate. Dopo l'indagine Pecoraro Scanio annuncia effettivamente di volerle revocare, ma la revoca non è mai avvenuta, perché il ministro verde non è riuscito ad avere il benestare degli altri due ministri Livia Turco (sanità) e Pierluigi Bersani (sviluppo economico). È arrivata invece la “sospensione per 60 giorni” dei cantieri intanto avviati. Il decreto interministeriale è di questi giorni ed è la sostanziale ratifica delle conclusioni della conferenza dei servizi tenutasi a Roma il 22 novembre scorso con la partecipazione dello stesso Cuffaro. Ed è proprio in questa assise che emerge la possibilità concreta che la decisione ultima sulle autorizzazioni per le emissioni torni di nuovo a Palermo, e precisamente al servizio antinquinamento di via la Malfa, ossia nello stesso luogo da cui era stata maldestramente sottratta nel settembre 2005 con la prima rimozione di Genchi.



Totò Cuffaro torna così a tremare. È preoccupatissimo. Toglie perfino il saluto all'allora direttore generale del dipartimento ambiente e territorio Giovanni Lo Bue, colpevole, a suo dire, di non aver fatto un “buon lavoro” sospendendo l'anno prima Genchi per soli cinque mesi. Al funzionario scomodo è stata infatti restituita la direzione del “Servizio 3”, dove da questo momento in poi – siamo alla fine del 2006 -si potrebbero appunto ridiscutere le sorti degli inceneritori. È a questo punto che entra in campo Tolomeo il manesco. Dopo anni passati a capo di una struttura regionale di ultimo ordine, è stato appena nominato al vertice di un dipartimento importantissimo. È l'uomo giusto al posto giusto per scatenare la seconda guerra preventiva al temuto responsabile del “Servizio 3”. È una guerra lampo che Tolomeo mette in pratica, come si diceva, l'8 gennaio, quando Gioacchino Genchi, con i metodi fascistoidi che abbiamo visto, viene nuovamente rimosso dall'incarico.



Al suo posto ora c'è un geologo, Salvatore Anzà, che a quanto si vocifera in assessorato non avrebbe alcuna preparazione sui nuovi compito che lo aspettano. Ma è un aspetto del tutto secondario. La cosa più importante è che sia “persona assolutamente affidabile” per gli obiettivi di sua maestà Totò Cuffaro.






Massimo Giannetti, Palermo



Il manifesto, 18 febbraio 2007



Il grande business degli inceneritori



3mila miliardi in 20 anni per bruciare tutti i rifiuti siciliani






La Sicilia non è soltanto la regione tra le più inquinate d'Italia. È anche la regione che per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti è tra le ultime nella classifica della raccolta differenziata: intorno al 3%. Percentuale che per legge dovrebbe essere portata al 40% entro il 2008 e al 60% entro il 2011. Se così dovranno andare le cose, perché allora costruire quattro mega inceneritori progettati per bruciare più o meno la stessa quantità di rifiuti prodotti annualmente dalla regione, pari a due milioni e 252 mila tonnellate? Se venisse rispettata la normativa sulla raccolta differenziata la quantità di rifiuti destinata all'incenerimento dimezzerebbe in cinque anni. Ecco perché gli inceneritori sono fortemente contestati dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Ma i rifiuti sono un business troppo ghiotto: è infatti di 75 euro per ogni tonnellata di rifiuti consegnata agli impianti il budget che le ditte riceveranno se i quattro “mostri” dovessero diventare realtà. A conti fatti, esclusi gli introiti che ne deriverebbero dalla vendita all'Enel dell'energia elettrica prodotta dagli stessi inceneritori, è un affare di almeno tremila miliardi in venti anni, tanti quanti ne prevede il bando di gara per la gestione degli impianti da parte delle ditte vincitrici degli appalti.






Superburocrate sfiduciato, guerra tra dirigenti al Territorio






È ormai guerra aperta tra il direttore del dipartimento regionale Territorio, Pietro Tolomeo, e il dirigente del servizio Tutela dall’inquinamento atmosferico, Gioacchino Genchi, di cui Tolomeo ha disposto lo spostamento al servizio qualità delle acque. Ieri l’assemblea nazionale dei Cobas ha espresso “solidarietà” a Genchi - funzionario che “sin dagli anni Settanta si è impegnato nella difesa dell’ambiente“, e che in mattinata ha partecipato a una manifestazione delle Rdb davanti all’assessorato di via La Malfa - accusando la Regione di “averlo sospeso dall’impiego”.



“Non c’è nessuna sospensione, Genchi è stato semplicemente assegnato a un incarico che aveva ricoperto per anni - si difende Tolomeo - e si confà maggiormente alle sue caratteristiche professionali, nell’ambito di una riorganizzazione complessiva del dipartimento”. Nei giorni scorsi a fianco di Genchi si sono schierati la CGIL e rappresentanti dell’Unione e della Cdl all’Ars, che con una mozione traversale ha anche “sfiduciato” il direttore del dipartimento. Tolomeo sulla vicenda ha prodotto due relazioni, una alla Procura della Repubblica e una alla Corte dei conti. Ma la guerra tra i due, iniziata ai primi di gennaio, genera le prime conseguenze: il servizio del quale Genchi è responsabile, che si occupa di emissioni in atmosfera, è fermo da quasi un mese. E Confindustria ha indirizzato una lettera alla Regione lamentando il fatto che l’attività di numerose imprese in attese di nulla-osta è ferma.






La Repubblica, 7 febbraio 2007



Cronaca di Palermo






Dal Trentino del 22 agosto 2006:



Letta: «I vantaggi di Pimby rispetto a Nimby»



Il braccio destro di Prodi spiega di che cosa si parlerà a VeDrò nel fine settimana



«Vi spiego perché Pimby è meglio di Nimby. E perché il Trentino è uno dei posti migliori per trovarsi a ragionare sul futuro del nostro Paese». Parola di Enrico Letta, braccio destro del premier Romano Prodi (è sottosegretario alla presidenza del Consiglio) e ispiratore di VeDrò, seminario-kermesse che proprio a Dro nel prossimo fine settimana, vedrà riuniti un bel gruppo di personaggi emergenti non solo nel mondo politico ed economico, ma anche in quello dello spettacolo e dell’arte.”



Tra quei “personaggi emergenti” era presente anche Paride De Masi, presidente di Italgest.



Dal Quotidiano l’articolo-intervista del 15 maggio 2005, di Enzo Schiavano a Paride De Masi, dal titolo: “Paride De Masi: dal mattone all'energia con un occhio allo sport, la grande ascesa di un giovane imprenditore”.



"L’energia da fonti rinnovabili la considera un settore in grande sviluppo? È possibile un rafforzamento di Italgest Energia in Actelios?



«Actelios oggi nel suo settore, la produzione di energia da rifiuti e scarti vegetali, è l’azienda più grande d’Europa per MW installati ed in esercizio. Finalmente un primato italiano. Ho destinato, proprio negli ultimi giorni, d’accordo con la famiglia Falck, investimenti nel Salento per 100 milioni di euro che porteranno nuova occupazione per 100 addetti diretti e altrettanti indiretti. Il rafforzamento di Italgest Energia in Actelios è possibile perché rientra nel programma dei valori del gruppo: lo sviluppo sostenibile." »



Italgest possiede il 7,8% di Actelios (gruppo Falck). Gli amici di Actelios ("Energia da fonti rinnovabili", il loro motto) hanno l'incarico di costruire 3 inceneritori in Sicilia (http://www.actelios.it/default.aspx?sez=6) e gestiscono gli inceneritori di Trezzo sull'Adda e Granarolo dell'Emilia. Più due centrali a "biomasse": Rende (Cosenza) e Cutro (Cosenza).






È dunque ipotizzabile che quel “futuro del nostro Paese” a cui alludeva Letta, il braccio destro di Prodi, nell’intervista al Trentino sia lo stesso di quello dei project financing per Bellolampo, inchieste annesse?








Acquisito il carteggio sul via libera concesso dall’ex ministro Matteoli



Inchiesta sull’inceneritore, dubbi sulle autorizzazioni



I pm ispezionano il cantiere di Bellolampo






La Procura vuole vederci chiaro sugli interessi e sulle procedure per la realizzazione del mega inceneritore da 500 gigawatt nell’area dell’ex poligono di tiro di Bellolampo. I magistrati Geri Ferrari e Sara Micucci, del pool Ambiente, hanno aperto un’inchiesta e svolto un sopralluogo sulla sommità della montagna, insieme con i carabinieri del Noe e i vigili del Nopa. Una ricognizione nel cantiere delle aziende incaricate di fornire la struttura al raggruppamento di imprese capitanate da Actelios, del gruppo Falck, che si è aggiudicato un project financing con investimenti da 2,5 miliardi di euro.



A Bellolampo le ruspe hanno già spianato un terreno pari ad almeno sei campi di calcio per far sorgere in tre anni uno dei quattro termovalorizzatori fortemente voluti dal governo Cuffaro e sui quali il ministro dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha sollevato più di una perplessità, minacciando di revocare le autorizzazioni.



Il contenzioso tra Roma e Palermo, apertosi all’insediamento del governo Prodi, non è stato ancora risolto. Sul cantiere pesa la scure di una illegittimità dei nulla osta rilasciati dal ministero quando alla guida c’era Altiero Matteoli. I magistrati hanno già convocato uno dei testimoni chiave della vicenda, il funzionario regionale Gioacchino Genchi, sospeso una prima volta e poi rimosso dalla responsabilità delle emissioni in atmosfera, in coincidenza dei passaggi cruciali nel controverso iter burocratico.



Sul piano amministrativo le tappe fondamentali si giocano tra l’autunno del 2005 e la primavera dell’anno scorso. Nell’ottobre del 2005 all’assessorato Territorio e ambiente il gruppo Falck sollecita l’autorizzazione. Genchi, nettamente contrario a dare il via libera, a quel tempo è sospeso. Neppure il funzionario che lo sostituisce, nonostante le insistenze del subcommissario all’emergenza rifiuti, Felice Crosta, dà il parere. A quel punto l’azienda si rivolge a Roma. Dal ministero arriva il sì firmato dal gabinetto di Matteoli contro il parere degli stessi uffici del dicastero. Genchi, frattanto rientrato in servizio, solleva la questione della illegittimità. Il ricorso al gabinetto sarebbe avvenuto fuori termine e il nulla osta non sarebbe stato supportato da tutti i pareri. Cambia il governo e interviene Pecoraro Scanio. Anche il ministro propende per l’illegittimità e convoca due conferenze di servizio. Il cantiere, partito a luglio scorso, va comunque avanti. L’azienda ha dalla sua l’assenza di una revoca formale e la copertura del presidente Cuffaro, deciso a chiudere la partita a ogni costo.






Enrico Bellavia



La Repubblica, 20 gennaio 2007



Cronaca di Palermo





Sentenza 1156 Sezione I TAR Sicilia 19 Aprile 2007,Genchi,Pellerito,Anzà,Tolomeo,Cuffaro,Termovalorizzatori,Bellolampo, RICORSO I CITTADINI DI ISOLA CONTRO ITALCEMENTI TAR 2592/2010,Ciampolillo



















IL VENTO PADANO E I PROTAGONISTI SICILIANI di isolapulita

Isola Italcementi Petocke Raffo Rosso Licenza Ed... di isolapulita


Archiviato procedimento contro genchi di isolapulita

AGGRESSIONE ALL'ASSESSORATO REGIONE SICILIA di isolapulita

Tolomeo Anzà Genchi Assessorato Territorio Sicilia di isolapulita

ASSESSORE INTERLANDI INTERROMPE LA CONFERENZA... di isolapulita

ITALCEMENTI 15 OTTOBRE 2007 SODANO NO ALLA... di isolapulita

Palermo Assessorato territorio ambiente 17 ottobre 2007
"La richiesta di seguire un iter corretto e legittimo - sottolinea Sodano - tra l'altro accolta ieri dall'assessore al Territorio e all'Ambiente della Regione Sicilia (ha sospeso la seduta in programma ieri), era stata formulata in base a quanto affermato lo scorso 5 ottobre dallo stesso Ministero dell'Ambiente, che aveva indicato l'Aia (autorizzazione di impatto ambientale) come unica strada per la concessione di autorizzazioni alla Italcemmenti....
L'assessore Interlandi interrompe la conferenza farsa volta esclusivamente alla concessione dell'uso del PETCOKE. Il giorno 25 novembre si rientra nell’ambito della procedura A.I.A. FINALMENTE VIENE RISPETTATA LE NORMATIVE E LA LEGALITA’ IN DIFESA DEL DIRITTO ALLA SALUTE DELLA SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO E DELL’OCCUPAZIONE.
http://ciampolillopinoisoladellefemmine.blogspot.com/2007/10/italcementi-rinviata-alla-conferenza.html





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