CEMENTIFICI PETCOKE RIFIUTI DIOSSINE INQUINANTI TUMORI
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NO ALL'USO DI COMBUSTIBILE CDR PER I CEMENTIFICI
"Per dire NO all'uso del CDR come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri ad indicare sul contenitore se il cemento, in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti". Gli ambientalisti lanciano l'allarme, per un eventuale coinvolgimento dei cementifici dell'isola allo smaltimento di rifiuti, con un comunicato stampa congiunto di Decontaminazione Sicilia, AugustAmbiente, Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo, Rete Rifiuti Zero Messina. "Infatti il cemento, ottenuto con il co-incenerimento di CDR e combustibile fossile, - spiegano le associazioni - diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica). Inoltre i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore. Alle Associazioni basta solo quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrari ad ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo. Al posto della combustione del CDR si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia. Dietro l'angolo - concludono le associazioni ambientaliste - ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l'autorizzazione del co-incenerimento del CDR; questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare CDR nei cementifici". Il Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) è un combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, raccolto generalmente in blocchi cilindrici denominati ecoballe. Il CDR viene utilizzato per l'incenerimento in appositi impianti inceneritori, che essendo dotati di sistemi di recupero dell'energia prodotta dalla combustione producono elettricità o, assieme, elettricità e calore (cogenerazione). Il CDR può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici, per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso.Il 22 dicembre 2008 l'Italia è stata condannata dall'Unione europea, perché il CDR (anche il CDR-Q, la qualità migliore) va considerato non nuovo prodotto ma rifiuto, e deve quindi sottostare alle norme di sicurezza relative.



giovedì 5 marzo 2015

ITALCEMENTI CAGGESE GIUSEPPE MEMORIA DI COSTITUZIONE PROCESSO D'APPELLO 2

Corte d'Appello di Bari – Sez. Lavoro
R.G.N. 304/13
Memoria di costituzione
Per
Lauda Giuseppina (C.F. LDA GPP 46E27 G125V), Mario Caggese (C.F. CGG MRA 66B06 D643H) e Anna Maria Caggese (C.F. CGG NMR 70E59 D643Z), in proprio ed in qualità di eredi di Caggese Giuseppe, rappresentati e difesi dall'Avv. Angelo Torre (C.F. TRR NGL 66A28 D643U) con studio in Foggia alla via G. Rosati, 141 fax 0881684673 pec. avv.angelotorre@pec.it, presso cui potranno essere eseguite comunicazioni e notificazioni, giusta mandato in calce al presente atto, unitamente agli Avv.ti Federico Gori e Vito Zaccaria, già costituiti per i predetti Lauda Giuseppina, Mario Caggese, Anna Maria Caggese, nonché Vincenzo Caggese.
                                                       APPELLATI E APPELLANTI INCIDENTALI
CONTRO
ITALCEMENTI S.P.A. rappresentata dagli Avv.ti Bruno Amendolito, Paolo Santinoli e Damiana Lesce
                                                       APPELLANTE PRINCIPALE
IN FATTO E DIRITTO
Dati per noti i fatti di causa che qui devono intendersi integralmente trascritti, con il presente atto si costituisce per Lauda Giuseppina, Caggese Mario e Caggese Anna Maria, il sottoscritto difensore, il quale, riportandosi integralmente e facendo propri i contenuti della memoria difensiva a firma degli Avv.ti Gori e Zaccaria, intende approfondire alcuni aspetti dell'itera vicenda evidenziando, le incongruenze e talune inesattezze, nonchè l'assoluta infondatezza degli assunti difensivi di parte avversa.
Dall'attenta lettura della sentenza di primo grado emerge chiaramente che la decisione del Giudice di prime cure è stata la conseguenza di una ricostruzione e valutazione dei fatti assolutamente ineccepibile e dalla quale emerge che:
1)           gli eredi Caggese, hanno agito per ottenere il riconoscimento della responsabilità contrattuale, ex art. 2087 c.c., dell'Italcementi e quindi il risarcimento dei danni patiti a seguito della morte di Caggese Giuseppe;
2)           nel corso dell'istruttoria è stato provato:
2a)  il nesso di causalità tra la patologia e quindi il decesso del loro dante causa e l'attività lavorativa svolta in 24 anni alle dipendenze dell'appellante;
2b)  le inadempienze dell'Italcementi, per i mancati controlli clinici annuali e quelli ambientali previsti dagli accordi sindacali sottoscritti sin dal 1974 e riconosciuti necessari, dalla stessa datrice di lavoro, proprio per la tipologia dei materiali utilizzati durante la produzione dei cementi;
3)         La difesa dell'Italcementi si sarebbe limitata ad affermare, ma senza provarlo, che:
3a)  erano presenti, nei luoghi di lavorazione di tutti gli stabilimenti, aspiratori idonei ad evitare pericolose inalazioni di polveri, fornendo e facendo adottare ai dipendenti le opportune protezioni, nel rispetto di norme inderogabili e accordi sindacali;
 3b) la morte del Caggese sarebbe stata la diretta conseguenza del tabagismo negando la diagnosi di silicosi in considerazione del fatto che non vi sarebbe stato biossido di silicio nei cementi e durante la lavorazione degli stessi;
          3c) non vi sarebbero stati, dopo il 2005, percentuali elevate di cromo esavalente nei cementi prodotti;
              Questi in sintesi sono i fatti su cui si è fondato il percorso logico-giuridico che ha condotto il primo Giudice a riconoscere la responsabilità della società e di conseguenza condannarla al risarcimento danni iure ereditatis e iure proprio
Con ricorso in appello, l'Italcementi, tenta di ricostruire i fatti di causa attraverso una propria interpretazione a dir poco fantasiosa e contraddittoria.
In particolare, non potendo dimostrare con documentazione clinica, la circostanza che furono eseguite visite di controllo periodiche (ricordiamo che è emerso inconfutabilmente che dal 1973 al 1983 e dal 1986 al 1989 il Caggese non fu mai sottoposto a visite, ciò che di per se integra palesemente la violazione di norme e accordi sindacali sottoscritti dalla Italcementi), l'appellante si riporta alle dichiarazioni testimoniali del Barutta e dello Scandolo,  per dimostrare la correttezza dei propri comportamenti e negare una condotta omissiva grave.
I testi dell'Italcementi però hanno descritto situazioni e ricordato fatti che contrastano con le tesi difensive di parte avversa, confermando, invero, la pericolosità dei locali degli stabilimenti e l'utilizzo di strumenti del tutto inadeguati per la tutela fisica dei lavoratori.
Il teste Scandolo, direttore degli stabilimenti di Salerno e Trento, all'udienza del 6.2.2009, ricorda bene il Caggese, strabiliante la sua memoria, in qualità di direttore di due stabilimenti industriali, non certo piccolissimi e con centinaia di dipendenti, si ricorda bene del Caggese a distanza di oltre un decennio, ma tutto è possibile. A prescindere da ciò, il teste, non ha assolutamente confutata la circostanza che il lavoratore il quale, ricordiamo, svolgeva mansioni di stivatore, fosse stato esposto a polveri nocive.
Scandolo afferma, dapprima, che il de cuius sostava sui camion dei clienti e si limitava a stivare i sacchi di cemento perfettamente integri che sopraggiungevano con i nastri trasportatori (non si è mai rotto un sacco cadendo dal rullo ai cassoni e quindi nessuna polvere esisteva sui camion?) e per tale motivo, non era a contatto con polveri, poi afferma che non sempre i camion si trovavano in locali diversi da ove si procedeva al riempimento dei sacchi, e quindi aggiungiamo noi, molto polverosi, che in tutti i locali degli stabilimenti vi erano impianti di depolverizzazione e abbattimento polveri ed infine che gli stivatori, quale appunto il Caggese, essendo tra il personale maggiormente esposto a polveri indossavano mascherine protettive.
A questo punto ci sorgono spontanee due domande: lo stivatore era o no esposto a polveri e se sì, quali tipi di protezione utilizzavano? Le risposte le fornisce l'altro tese, il sig. Barutta, il quale afferma che tutti i dipendenti facevano uso di mascherine protettive e ciò fa pensare che a prescindere dagli impianti di abbattimento vi erano comunque polveri, e che tali mascherine erano del tipo di quelle che utilizzano i medici. 
Tale ultima dichiarazione farebbe saltare sulla sedia qualsiasi esperto di sicurezza sui posti di lavoro. Il direttore di un cementificio ci viene a riferire che la protezione da inalazioni di polveri nocive predisposta per il personale era affidata ad una mascherina di carta? Certo non siamo dei tecnici ma ci sembra veramente assurdo, tenuto conto che oggi, nonostante le polveri nei cementifici dovrebbero essere, di gran lunga inferiori sia per quantità che per materiale nocivo, è obbligatorio l'uso di facciale filtrante certificato secondo UNI EN 149 o maschera antipolvere certificata secondo UNI EN 140, altro che mascherina di carta “come quelle che usano i medici”.
Ciò che emerge è che vi erano dei lavoratori, tra essi gli stivatori, che erano maggiormente esposti a polveri, ma allora bisogna ritenere che gli impianti di depolverizzazione non erano sufficienti, certo è, che se gli opportuni strumenti di protezione personali erano costituite da mascherine di carta come quelle usate dai medici, non osiamo pensare cosa dovessero essere stati  gli impianti per l'abbattimento delle polveri.
A prescindere da ciò, l'appellante non ha mai prodotto certificazioni attestante il perfetto funzionamento di detti aspiratori, né l'idoneità degli stessi ad abbattere quasi completamente le polveri durante la lavorazione e ciò perchè non vi sono state, per gli anni in cui il de cuius ha prestato l'attività lavorativa, valutazioni dei dati ambientali sulla presenza di inquinanti e polveri nel rispetto dei limiti imposti dall'American Coference of Governamentl Industrial Hygenist, che dovevano essere raccolti in registri istituiti presso ogni stabilimento.
Come si può sostenere in questa sede che tali omissioni non sarebbero rilevanti ai fini di verificare il corretto comportamento del datore di lavoro ai sensi dell'art. 2087 cc.; come si può affermare che non vi erano polveri negli stabilimenti o che le mascherine di carta e gli aspiratori erano in grado di eliminare ogni effetto delle sostanze inquinanti e polveri se non vi erano rilevazioni cliniche ed ambientali, come si può affermare che dette omissioni non possano essere correlate alla patologia sofferta per anni dal Caggese, culminata con la morte del lavoratore?
E' assurdo pensare, anche solo per un attimo, che la ricostruzione della vicenda operata dal primo Giudice in ordine alla violazione da parte dell'appellante del citato art. 2087 cc, sia illogica e contraddittoria, atteso che vi è la prova dell'inadempienza e che la stesa è stata fornita proprio dall'Italcementi su un piatto d'argento.
Altro aspetto della vicenda riguarda l'onere della prova a carico degli eredi Caggese.
Parte avversa afferma che non sarebbe stato provato né il nesso causale tra la malattia e le sostanze presenti durante le lavorazioni, né sarebbero state indicate quali misure l'Italcementi avrebbe dovuto adottare per evitare il decesso. Per tali motivi, il Giudice di prime cure, avrebbe riconosciuto la responsabilità dell'appellante in assenza di qualsivoglia prova in ordine alla presunta violazione di norme imperative da parte dell'Italcementi stessa, ammettendo, apoditticamente, che sarebbero state presenti durante i processi di lavorazione sostanze di per se necessarie e sufficiente alla causazione dell'evento morte.
Ricordiamo a noi stessi che allegato al fascicolo di parte di primo grado vi è una CTP che fa risalire la patologia del Caggese all'inalazione di polveri durante la lavorazione dei cementi, oltre al fatto che vi è una copiosissima documentazione medica, alla quale ci riportiamo, e che conferma l'insorgenza già dal 1984 di problemi respiratori riconducibili a silicosi, in più vi è anche una CTU che conferma il quadro probatorio su cui si è fondata la domanda degli odierni appellati, illustrando i materiali nocivi comunemente presenti nei cementifici e le conseguenze sulla salute dei lavoratori. Cos'altro si sarebbe potuto e dovuto provare?
Sui mezzi che avrebbe dovuto predisporre l'appellante a tutela dei propri lavoratori, sicuramente non vi potevano essere la semplici mascherine di carta e aspiratori di cui probabilmente neanche parte avversa ne conosce l'idoneità allo scopo, visto che come detto in precedenza mancano rilevamenti ambientali che avrebbero potuto fugare ogni dubbio in ordine alla presenza o meno di concentrazioni di inquinanti.
Tornando, invece alla documentazione clinica in atti, emerge che il Caggese nel 1984 è stata diagnosticata una “broncopatia cronica enfitematosa da inalazione di Biossido di silicio (silicosi?). Da tale data in poi l'apparato respiratorio del de cuius è risultato sempre più compromesso sino a quando, nel 1997, venne diagnosticato un cancro probabilmente già presente da tre anni e riconducibile all'inalazione di cromo esavalente e biossido di silicio.
Orbene, l'Italcementi, afferma che la broncopatia diagnosticata al Caggese non sarebbe conseguenza dell'inalazione di biossido di silicio, in considerazione del fatto che detta sostanza non sarebbe stata presente durante la lavorazione del cemento ed in particolare del Portland, come se questo fosse l'unico tipo di cemento prodotto dall'appellante, mentre in realtà, nella forma pura esso  costituisce solo l'8% della produzione totale.
A confutazione delle affermazioni dell'Italcementi, è sufficiente leggere un documento dell'Associazione Italiana Tecnico Economica Cementi alla pagina web http://www.aitecweb.com/Cemento/Cos%C3%A8ilcemento/Costituentiprincipali.aspx, da dove emerge che nella lavorazione del cemento, il biossido di silicio, unitamente ad altri silicati è più che presente, ma vi è di più.
Come già detto, l'Italcementi produce diversi tipi di cementi, tra questi quello a base di Loppa siderurgica, come il Termocem ed il Novacem le cui schede tecniche sono riportate in
Detti prodotti, sono costituiti da 35% ÷ 64 % di clinker, mentre la restante parte è costituita da loppa granulata d’altoforno (S) ed eventuali costituenti secondari.
La Loppa siderurgica (o scoria d'altoforno) è un sottoprodotto del processo di produzione della ghisa, durante il quale si formano grandi quantità di scoria liquida di composizione non lontana da quella del cemento Portland.
La scoria acquista caratteristiche idrauliche se all'uscita dall'altoforno viene raffreddata bruscamente e trasformata in granuli porosi a struttura vetrosa (silice amorfa) detti loppa granulare.
Questi in seguito vengono macinati in modo da ottenere una polvere di finezza paragonabile a quella del cemento al quale viene aggiunta per attribuire al cemento stesso particolari caratteristiche.
Se si osserva la formula chimica della loppa granulata d'altoforno si nota che essa è costituita per 2/3 circa da ossido di calcio (CaO), ossido di magnesio (MgO) e biossido di silicio (SiO2), il resto da ossido di alluminio (Al2O3) e modeste quantità di altri composti.
Appare quindi completamente falsa l'affermazione dell'Italcementi in ordine all'assenza di biossido di silicio nei cementi da essa prodotta, atteso che, sia nel prodotto finale che in quello intermedio è più che certa la presenza di tale silicato e lo è sicuramente per i cementi da altoforno.
Per ciò che attiene al nesso di causalità tra l'insorgenza di tumori polmonari e esposizione a silicati cristallini ricordiamo a noi stessi, che la IARC nel 1997 ha posto il biossido di silicio nella Classe 1, risultando un'evidente cancerogenicità di detto minerale e quindi la stretta correlazione con i tumori nell'uomo al pari dell'asbesto. Su questo argomento ci riportiamo a quanto scritto dai colleghi Gori e Zaccaria nella memoria di costituzione.
Sempre per escludere la presenza di polveri nocive per la salute, l'Italcementi, sostiene che nella lavorazione del Portland non vi sarebbe neanche cromo esavalente, che notoriamente è altamente cancerogeno.
A sostegno della propria tesi ha depositato le schede di sicurezza, risalenti al 2011 in cui risultano tracce nei limiti di legge di cromo esavalente.
Come già detto il Portland non è l'unico cemento prodotto dall'appellante, in più la scheda di sicurezza esibita risale ad epoca successiva al 2005 data in cui è stata vietata in Italia la produzione di cementi con presenza di cromo esavalente superiore a 2 ppm.
Vi è da dire che, il CrVI è presente ancora oggi in quantità superiori a 2ppm se non nel prodotto finito, sicuramente durante la fase di lavorazione. Ciò è dimostrato dal fatto che per commercializzare il cemento, anche il famigerato Portland, si fa uso di costosi riducenti del CrVI, che tra l'altro hanno una scadenza temporale, il che vuol dire che prima dell'utilizzo di tale prodotti la concentrazione di cromo è sicuramente superiore ai limiti di legge, poi viene ridotta a 2ppm, per  poi  ritornare in concentrazioni pericolose a causa della perdita di efficacia dei riducenti stessi.
A confermarlo è la stessa Italcementi nella Scheda di Sicurezza pubblicata sulla pag. web http://www.italcementi.it/NR/rdonlyres/EBE25F19-ECAB-4D99-8E53-5B66B49AA3DC/0/SDSGRIGI1luglio2011.pdf ove al punto 2.3 pag. 2 si legge “L’inalazione frequente del cemento e delle miscele contenenti cemento per un lungo periodo di tempo aumenta il rischio di insorgenza di malattie polmonari. Il contatto ripetuto e prolungato del cemento sulla pelle umida, a causa della traspirazione o dell’umidità, può provocare irritazione e/o dermatiti (Bibliografia [4]). Sia il cemento che le miscele contenenti cemento e i loro impasti, in caso di contatto prolungato con la pelle, possono provocare sensibilizzazione (a causa della presenza in tracce di sali di cromo VI); ove necessario, tale effetto viene depresso dall’aggiunta di uno specifico agente riducente per mantenere il tenore di cromo VI idrosolubile a concentrazioni inferiori allo 0,0002 % (2 ppm) sul peso totale a secco dello stesso cemento, in ottemperanza alla legislazione richiamata al punto 15”  sempre nella medesima scheda a pag. 6 punto 7.2 si legge “L’integrità della confezione ed il rispetto delle modalità di conservazione sopra menzionate sono condizioni indispensabili per garantire il mantenimento dell’efficacia dell’agente riducente per il periodo di tempo riportato sul DDT (sia per prodotto in sacco che sfuso) ed anche su ogni singolo sacco. Tale scadenza temporale riguarda esclusivamente l’efficacia dell’agente riducente nel mantenere il livello di cromo VI idrosolubile, determinato secondo la norma EN 196-10, al di sotto del limite di 0,0002%, imposto dalla vigente normativa (vedere p. 15), fermi restando i limiti di impiego della miscela dettati dalle regole generali di conservazione ed utilizzo del prodotto stesso”.
Vi è di più.
Come già detto, la percentuale di 2ppm previsto per il prodotto finito è largamente superata in fase di produzione, a tal proposito si riporta a titolo meramente esemplificativo ciò che è emerso da analisi dell'ARPA presso lo stabilimento di Isola delle Femmine nel 2009.
Da dette verifiche è emerso che nei pressi del forno 3 la presenza di cromo VI era di 6.5ppm cioè più del triplo di quello consentito nel prodotto finale, concentrazioni di cromo totale  cento volte superiori a quelle rilevate presso il forno 3 furono riscontrate presso l'abitazione di tale Sig. Farina, in prossimità dello stabilimento.
Considerato che le concentrazioni di cromo superano di molto quelle che sarebbero dovute essere presenti nelle materie prime denunciate dalla fabbrica, clinker e pet coke, si ritiene che dovrebbero esserci altre fonti di emissione di CrVI, purtroppo non conosciute per non aver, l'Italcementi, fornito i chiarimenti richiesti e dovuti. Si riporta il sito web ove poter leggere l'intero verbale di sopralluogo dell'ARPA
E' evidente che il cromo esavalente, anche dopo le limitazioni imposte dalla direttiva Europea 2003/53 CE e recepita in Italia  con D.M. 10 maggio 2005, resta ancora presente nei cementifici, in percentuali purtroppo superiori a quelle ritenute dannose per l'organismo, non osiamo immaginare, quindi, quali fossero state le concentrazioni di tale sostanza prima del limite imposto e cioè proprio durante il periodo in cui il Caggese ha prestato la propria attività lavorativa alle dipendenze dell'Italcementi, anche e soprattutto a seguito dell'utilizzo, come combustibili per i forni di cottura,  di CDR ed altri tipi di rifiuti sulle cui composizioni si sono scritte enciclopedie soprattutto per l'assenza, almeno per il passato, di specifici controlli su detti materiali da combustione e relative emissioni di fumi e sostanze nocive.
Non si comprende come si possa negare che prima del 2005, il cromo VI non fosse stato presente durante la lavorazione dei cementi, compreso il prodotto finito, considerato che, proprio la CE ha ritenuto di intervenire a tutela dei lavoratori esposti, ponendo dei pesanti limiti alla concentrazione di tale materiale, e ciò evidentemente perchè la presenza del cromo era di gran lunga superiore ai limiti considerati nocivi per l'uomo. Ancora più strabiliante è comunque tentare di negare l'evidenza, esibendo schede tecniche risalenti a ben 13 anni dopo la morte del Caggese ed in ogni caso successive al 2005.
Sulla pericolosità e cancerogenicità del cromo VI non riteniamo di doverci dilungare oltre anche perchè è stata chiaramente illustrata nella memoria di costituzione degli Avv.ti Gori e Zaccaria, ma soprattutto dalla CTP del dott. Quaratino e dalla stessa CTU.
Alla luce di quanto sin qui esposto, bisogna ritenere senza alcun timore di smentita  che il primo Giudice ha ritenuto, correttamente, di non prendere in considerazione la CTP dell'appellante, perchè essa si fonda essenzialmente sull'assunto che nel 2011 nel cemento Portland non vi era né biossido di silicio né cromo VI, circostanza, questa, non rilevante ai fini della decisione trattandosi di dati, qualora fossero veritieri e/o completi, che nulla hanno a che vedere con il periodo lavorativo “incriminato” .
Anche le considerazioni successive, presenti nella CTP di parte appellante, che si basano sulla valutazione di un unico referto medico e tra l'altro in maniera incompleta, ci riferiamo  a quello del 1992, non avrebbero mai potuto inficiare le conclusioni a cui è pervenuto il CTU, né tale valutazione può essere utilizzata per ritenere che la malattia del Caggese fosse esclusivamente correlata al fumo di sigarette.
La strategia difensiva dell'Italcementi era ed è molto chiara: negare la presenza di sostanze nocive e la diagnosi di broncopatia da silicosi, condurrebbe a ritenere il tabagismo l'unica causa necessaria e sufficiente per la causazione della morte del Caggese e quindi ritenere il fumo da sigarette quale fenomeno antecedente senza il quale, quello della malattia e quindi della morte non si sarebbe potuto prodursi, avendo il fumo stesso, tutti gli elementi occorrenti per la produzione del fenomeno susseguente. Ma così non è.
Che il fumo di tabacco sia cancerogeno e/o accelerante di tumori, non vi sono dubbi, ma al fine di verificare in concreto il nesso di causalità o concausalità nei casi specifici, occorre provare alcune rilevanti circostanze relative alla modalità di fumare di una persona, oltre alla presenza di altri fattori che potrebbero da soli provocare danni alla salute.
Ci spieghiamo meglio. Sicuramente il numero di sigarette giornaliere incide sul cosiddetto rischio relativo (Rr), orbene a parità di numero di sigarette tale Rr cambia da persona a persona in base alla presenza o meno dell'aspirazione del fumo, della frequenza delle aspirazioni, della durata delle stesse e da quanta sigaretta venga effettivamente fumata, dal tipo di sigaretta, dalla quantità di catrame (non della nicotina erroneamente ritenuta dal CTP di parte avversa cancerogena, al massimo è un alcaloide che rientra tra i farmaci da abuso, al pari di altre sostanze psicotrope naturali e non) ecc.
Affermare, quindi, che è un grande fumatore chi fuma 20 o più sigarette al giorno è un'enorme fesseria se non si considerano i suindicati parametri. Per esempio: posso fumare 40 sigarette al giorno, ma non aspirarne neanche una o fare solo due brevi aspirazioni, rispetto a chi ne fuma solo 5, aspirandole completamente, sicuramente inalo meno sostanze cancerogene ed il mio Rr diminuisce sensibilmente, così come, a parità di sigarette giornaliere, se faccio 3 lunghe aspirazioni di fumo per sigaretta, assumerò più sostanze nocive di chi ne compie 6, ma brevissime e così via.
Appare evidente, pertanto,  che affermare che il Caggese  fosse un grande fumatore solo perchè fumava 20 sigarette al giorno, in assenza della prova delle modalità di fumo è decisamente errato.
L'indagine che deve essere compiuta, anche ai sensi e per gli effetti del combinato disposto degli artt. 40 e 41 c.p., consiste nel verificare, considerata la multifattorietà del tumore in generale, quale sia la causa principale, se esistono concause o se tali concause possano essere considerate mere occasioni o coincidenze
Per comprendere meglio: riconoscere che un determinato fatto o comportamento sia stato causa di un determinato evento, si richiedono nel primo due requisiti: la necessità e la sufficienza.
Il requisito della necessità implica che senza l’intervento del fenomeno antecedente quello susseguente non avrebbe potuto prodursi; il requisito della sufficienza importa che il fenomeno antecedente abbia in sé gli elementi occorrenti per la produzione del fenomeno susseguente.
Quando nella seriazione dei momenti in cui si articola una catena causale si inseriscono coefficienti estranei al comportamento dell'agente, che tuttavia interferiscono nella produzione dell'evento ultimo, onde questo risulta diverso da quello che era attendibile data la natura e l'entità di tale comportamento, si parla di concause.
Teoricamente la differenza tra causa e concausa consiste nel fatto che mentre alla prima vengono riconosciuti i requisiti della necessità e della sufficienza nella produzione dell'evento (causa adeguata in senso proprio), la concausa è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Nel caso concreto, quando esistano più condizioni necessarie (benché non sufficienti) alla produzione dell'evento, è chiaro che nessuna di esse può dirsi causa in senso stretto, ma tutte sono concause.
Esempio classico è quello di un traumatismo addominale in donna gravida, con successivo aborto post-traumatico (concausa fisiologica preesistente).
Per occasione si deve intendere un antecedente che si identifica in un fattore complementare del nucleo eziologico, definito anche circostanza, o complesso delle circostanze che hanno favorito l’entrata in azione della causa, non del tutto indifferente nella produzione dell’evento e che compartecipa, anche subordinatamente, a promuovere l’evento.
Un esempio è quello del fulmine che colpisce un contadino che andava sotto il temporale con una zappa sulle spalle. La causa della morte è indubbiamente la folgorazione, ma non si potrà negare che il portare la zappa sulle spalle (occasione) non abbia attivamente contribuito alla produzione del decesso, senza, peraltro, rappresentare una condizione necessaria, poiché la folgorazione poteva verificarsi anche in mancanza della zappa medesima.
Per coincidenza deve intendersi quel complesso indifferente di circostanze di luogo e di tempo, nelle quali la causa agisce e l'evento si produce, e quindi privo di qualsiasi dignità causale,  esso implica un rapporto puramente cronologico o/e topografico tra i due fenomeni ed è, quindi, un evento slegato dai fatti antecedenti e successivi, osservato semplicemente perché verificatosi simultaneamente ai fatti considerati.
Orbene, nel caso che ci occupa la domanda a cui bisogna rispondere è se le sostanze inquinanti e cancerogene presenti durante la lavorazione siano state da sole sufficienti e necessarie alla causazione dell'insorgenza dapprima della patologia e poi della morte del Caggese. La risposta non può che essere affermativa vista l'abbondante letteratura scientifica in materia di danni causati da biossido di silicio e cromo VI, nonché il complessivo quadro clinico del de cuis e le risultanze istruttorie (CTU e CTP).
Altra domanda da porsi, dopo aver risposto positivamente alla prima, è se il fumo da sigarette abbia inciso come fenomeno necessario ancorchè non sufficiente nella casusazione della malattia, e quindi essere considerato concausa, oppure è una mera occasione o addirittura una coincidenza.
Se si leggono attentamente tutti i referti medici allegati, non ne esiste uno che faccia ritenere che la broncopatia ed i deficit respiratori siano in qualche modo riconducibili al fumo né come causa adeguata né come concausa in senso stretto, al massimo come occasione che in quanto tale non è idonea ad interrompere il nesso eziologico tra esposizione ad inquinanti e cancro polmonare.
In particolar modo vorremmo soffermarci sul referto del 21/06/1990, ove si legge: “si nota un quadro ostruttivo medio, fibrosi interstiziale....”, tale fibrosi altro non è che la conseguenza di una pneumoconiosi da silicio, e non ha alcun rapporto con i danni da fumo di sigarette.
Anche nel referto del 1992, a seguito della visita medica disposta dall'INAIL, per sospetta silicosi, viene osservato a livello radiologico “un'evoluzione in riduzione del seno costo fenico destro, con disegno polmonare e delle ombre ilari con aspetto di torace sporco”, che in associazione al murmure vescicolare ridotto e funzionalità respiratoria ai limiti inferiori alla norma, precedentemente osservate, individuano certamente una patologia collegata esclusivamente all'inalazione di biossido di silicio, che sicuramente non rientra tra le sostanze assumibili attraverso il fumo di tabacco
Ebbene, come avrebbe interagito allora il tabagismo? Si è parlato di acceleratore del carcinoma, il che vuol dire una diminuzione dei tempi dall'esposizione a sostanze inquinanti e cancerogene all'insorgenza del cancro. I tumori, sia a grandi che a piccole cellule, a seguito di esposizione a silicio o cromo, mediamente insorgono, in assenza di altre concause, dopo 10 anni.
Se consideriamo come data iniziale dell'insorgenza dei primi sintomi di silicosi nel Caggese, intorno ai primissimi anni 80 e la data del cancro 1997, si nota che il quadro evolutivo è proprio quello tipico di detta malattia in tumore, ergo, neanche sotto l'aspetto temporale sembra che il tabagismo abbia inciso in qualche maniera.
In conclusione possiamo confutare con certezza quasi matematica che vi sia stata concausa tra tabagismo e l'evento finale della morte del Caggese.
Ultimo argomento che vorremmo trattare è quello relativo al risarcimento del danno biologico iure ereditatis.
Sembra che parte avversa ritenga che gli eredi del Caggese non avrebbero diritto a tale risarcimento, adducendo argomentazioni di difficile comprensione anche in considerazione della giurisprudenza richiamata, che in parte smentisce quanto ex adverso sostenuto ed in parte è, non solo datata, ma largamente superata da altre statuizioni anche recentissime.
Ci sembra opportuno chiarire che a seguito di un evento mortale si producono delle conseguenze risarcitorie direttamente nel patrimonio della vittima destinate a trasmettersi in favore degli eredi secondo le ordinarie regole della successione mortis causa. Oltre ai danni patrimoniali (es. autovettura di proprietà del defunto andata distrutta nell'incidente stradale, che verrà risarcita agli eredi), sono risarcibili anche i danni non patrimoniali.
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, perché possa ravvisarsi un risarcimento del danno biologico iure hereditatis in favore degli eredi del soggetto deceduto, è necessario che tra la data del fatto e quella del decesso, sia decorso un lasso di tempo sufficiente a permettere un consolidamento del danno in oggetto, trattandosi di soluzione che oltre ad avere trovato l'avallo della giurisprudenza costituzionale nella sentenza n. 372 del 1994, non si pone in contrasto con le varie Convenzioni internazionali a tutela dei diritti dell'Uomo, avendo la Suprema Corte affermato che uno strumento di tutela del diritto alla vita è comunque apprestato dalla sanzione penale, non essendo possibile al giudice nazionale, non già disapplicare la norma interna in contrasto con quella sopranazionale, ma creare un diritto ex novo, come accadrebbe laddove si riconoscesse il diritto al risarcimento del cd. danno biologico da morte (cfr. Cassazione civile 23 febbraio 2004 n. 3549).
In altri termini, come recentemente chiarito dalla Corte di Nomofilachia, "la lesione dell'integrità fisica con esito letale, intervenuta immediatamente o a breve distanza dall'evento lesivo, non è configurabile come danno biologico, giacché la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, a meno che non intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni subite dalla vittima del danno e la morte causata dalle stesse, nel qual caso, essendovi un'effettiva compromissione dell'integrità psico-fisica del soggetto che si protrae per la durata della vita, è configurabile un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, che si trasferisce agli eredi, i quali potranno agire in giudizio nei confronti del danneggiante "iure hereditatis"" (cfr. Cassazione civile, sez. III, 17 gennaio 2008, n. 870).
Sul concetto di apprezzabile lasso di tempo, o, meglio, sulla sua quantificazione, la Suprema Corte l'ha individuato, in più occasioni, in un tempo pari a 24 ore o anche tre giorni, idoneo a consentire la risarcibilità del danno biologico in capo alla vittima primaria e trasmissibile in via ereditaria (di recente però ha ritenuto che anche tre giorni non siano sufficienti a integrare il lasso di tempo utile: si veda Cass. 458/2009).
Esclusivamente in tale ipotesi, dunque, "il danneggiato acquisisce il diritto al risarcimento del danno biologico subito per l'effettiva durata della sua sopravvivenza....e si tratta di un danno alla salute, che se pure è temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità (cd. danno biologico terminale)"(cfr. Cass. civ, n. 18305/2003 cit., p. 5; Cass. civ. 16 maggio 2003 n. 7632).
Si evidenzia peraltro che la sentenza della Corte di Cassazione, sezione III civile, n.1361/2013 (depositata 23 gennaio 2014) ha (finalmente) contestato tale approccio.
Con tale innovativa pronuncia la Suprema Corte individua, per la prima volta, come categoria di danno non patrimoniale risarcibile ex se il danno da perdita della vita, quale bene supremo dell'individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile: tale danno, che è altro e diverso dal danno alla salute, in ragione del diverso bene tutelato, deve ritenersi di per sé ristorabile in favore della vittima che subisce la perdita della propria vita, e in relazione ad esso sono del tutto irrilevanti sia il presupposto della permanenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo all'evento morte sia il criterio dell'intensità della sofferenza della vittima per avere ella la percezione dell'imminente sopraggiungere della propria fine. La vittima acquisisce il diritto al risarcimento per la perdita della vita subìto, nel momento stesso in cui si verifica la lesione mortale e quindi anche in caso di morte immediata o istantanea, in deroga al principio dell'irrisarcibilità del danno evento: tale diritto, avendo poi natura compensativa, è trasmissibile iure hereditatis.
Nel caso di specie è indubbio che non vi sia stata una morte improvvisa o meglio istantanea, quindi alla luce di quanto innanzi detto e della giurisprudenza richiamata, appare evidentissima la infondatezza dell'eccezione di parte avversa.
A dir il vero, la liquidazione operata dal primo giudice è di gran lunga inferiore a quella a cui si sarebbe pervenuti ove fossero stati applicati correttamente i principi ormai consolidati in giurisprudenza in ordine non solo al danno da perdita della vita come innanzi specificato, ma anche al danno morale risarcibile iure ereditatis.
A tal proposito vorremmo ricordare che nel caso in cui la morte segua le lesioni dopo breve tempo, la sofferenza psichica patita dalla vittima delle lesioni fisiche integra un danno che deve essere qualificato, e risarcito iure haereditatis (con liquidazione ancorata alla gravità dell'offesa ed alla serietà del pregiudizio), come danno morale e non come danno biologico, giacché una tale sofferenza, di massima intensità anche se di durata contenuta, non è suscettibile, in ragione del limitato intervallo temporale tra lesione e morte, di degenerare in patologia (cfr. Cassazione civile, sez. III, 12 febbraio 2010, n. 3357).
Tuttavia, affinché possa riconoscersi tale pregiudizio morale, detto anche danno tanalogico, come tale trasmissibile "jure haereditatis", la giurisprudenza è unanime nel richiedere la prova che la vittima sia stata in condizione di percepire il proprio stato, lucidamente assistendo allo spegnersi della propria vita, dovendosi escludere la risarcibilità del danno morale quando all'evento lesivo sia conseguito immediatamente lo stato di coma e la vittima non sia rimasta lucida nella fase che precede il decesso (cfr. Cassazione civile, sez. III, 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. 17 gennaio 2008 n. 870; Cass. 24 ottobre 2007 n. 22338; Cass. 28 agosto 2007 n. 18163; Cassazione civile, sez. III, 13 gennaio 2009, n. 458).
Orbene, anche in questo caso non si può certo affermare che il Caggese non fosse stato in grado di percepire il proprio stato lucidamente.
Per tutte le altre questioni trattate nel ricorso in appello ci si riporta integralmente alla memoria difensiva degli Avv.ti Gori e Zaccaria che qui deve intendersi integralmente trascritta.
Tutto ciò  premesso
SI CONCLUDE
affinchè l'On.le Collegio adito voglia rigettare in toto l'appello formulato dall'Italcementi in quanto infondato in fatto e diritto e quindi confermare la sentenza di primo grado accogliendo invero l'appello incidentale proposto con memoria di costituzione del 09/12/2013.
Con vittoria di competenze del presente giudizio con distrazione a favore del sottoscritto procuratore per dichiarata anticipazione.
Avv. Angelo Torre                                             Bari 10/02/2015
Mandato
Nella qualità, ed in proprio, conferisco il potere di rappresentanza e difesa, in ogni fase, stato e grado del giudizio ed atti inerenti, conseguenti e successivi, ivi compresa l’eventuale fase esecutiva ed il giudizio di opposizione, all’Avv. Angelo TORRE, (C.F. TRR NGL 66A28 D643U) con studio in Foggia alla via G. Rosati, 141 fax 0881684673 pec. avv.angelotorre@pec.it, ivi compreso il potere di proporre domande riconvenzionali, chiedere provvedimenti cautelari, chiamare terzi in causa, farsi sostituire, transigere, conciliare, abbandonare il giudizio e rilasciare quietanze. L’autorizzo, ai sensi dell’art. 13 D.L. 196/03, ad utilizzare i dati personali per la difesa dei miei diritti e per il perseguimento delle finalità di cui al mandato, nonché a comunicare ai Colleghi i dati con l’obbligo di rispettare il segreto professionale e di diffonderli esclusivamente nei limiti strettamente pertinenti all’incarico conferito Le ratifico sin d’ora il Suo operato e quello di eventuali Suoi sostituti. Eleggo domicilio presso il Suo studio in Foggia alla via Rosati n. 141.
Foggia – Bari _____________
Lauda Giuseppina_____________________________
Caggese Mario________________________________
Caggese Anna Maria____________________________
Per autentica
Avv. Angelo TORRE


Il cemento e le miscele contenenti cemento, possono irritare gli occhi, le mucose, la gola ed il sistema  respiratorio e provocare tosse. L’inalazione frequente del cemento e delle miscele contenenti cemento per un lungo periodo di tempo aumenta il rischio di insorgenza di malattie polmonari.
Il contatto ripetuto e prolungato del cemento sulla pelle umida, a causa della traspirazione o dell’umidità, può provocare irritazione e/o dermatiti (Bibliografia [4]).
Sia il cemento che le miscele contenenti cemento e i loro impasti, in caso di contatto prolungato con la pelle, possono provocare sensibilizzazione (a causa della presenza in tracce di sali di cromo VI); ove necessario, tale effetto viene depresso dall’aggiunta di uno specifico agente riducente per mantenere il tenore di cromo VI idrosolubile a concentrazioni inferiori allo 0,0002 % (2 ppm) sul peso totale a secco dello stesso cemento, in ottemperanza alla legislazione richiamata al punto 15 (Bibliografia [3]).
In caso di ingestione significativa, il cemento può provocare ulcerazioni all’apparato digerente.
Nelle normali condizioni di utilizzo, il cemento e i suoi impasti non presentano rischi particolari per l’ambiente, fatto salvo il rispetto delle raccomandazioni riportate ai successivi punti 6, 8,12 e 13.
Il cemento e le miscele contenenti cemento non rispondono ai criteri dei PBT o vPvB ai sensi dell’Allegato XIII del REACH (Regolamento 1907/2006/CE).
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OSSIDO DI ALLUMINIO:

Danni ambientali

Il 4 ottobre 2010 alle ore 12:25 il villaggio ungherese di Kolontár è stato distrutto da un'inondazione di circa un milione di metri cubi di fanghi color ruggine ad alta concentrazione di allumina. Il cedimento di una vasca di contenimento degli scarti di lavorazione della MAL, una fabbrica di alluminio nel vicino paese di Ajka, ha inondato l'intera zona coprendo un'area di 40 km² ed il bacino del fiume Marcal, in cui il livello di pH si è alzato fino a 13. Nel fiume sono state versate ingenti quantità di acidi per evitare che il disastro colpisse il Danubio, di cui il Marcal è un affluente. Nella catastrofe ecologica, la più grande della storia ungherese, hanno perso la vita nove persone[4] e ne sono state ferite un centinaio. Il danno principale è tuttavia quello all'ecosistema: nel suolo sono state riscontrate, assieme all'allumina, alte concentrazioni di materiali debolmente radioattivi, piombo, cadmio, arsenico e mercurio.



APPELLO:
9 APRILE  2013
12 GENNAIO 2014

24 FEBBRAIO 2015 




ITALCEMENTI CROMO ESAVALENTE VI CENTRALINE FANTASMA ARPA SOPRALLUOGO MARZO 09  GIUGNO 2009 




ITALCEMENTI CAGGESE 57 ANNI NEOPLASIA POLMONARE MALIGNA MICROCITOMA TRIB FOGGIA SENTENZA 6 2013




ITALCEMENTI PERIZIA CELA GERARDO CAGGESE 57 ANNI NEOPLASIA POLMONARE MALIGNA MICROCITOMA TRIB FOGGIA SENTENZA 6 2013

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