CEMENTIFICI PETCOKE RIFIUTI DIOSSINE INQUINANTI TUMORI
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NO ALL'USO DI COMBUSTIBILE CDR PER I CEMENTIFICI
"Per dire NO all'uso del CDR come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri ad indicare sul contenitore se il cemento, in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti". Gli ambientalisti lanciano l'allarme, per un eventuale coinvolgimento dei cementifici dell'isola allo smaltimento di rifiuti, con un comunicato stampa congiunto di Decontaminazione Sicilia, AugustAmbiente, Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo, Rete Rifiuti Zero Messina. "Infatti il cemento, ottenuto con il co-incenerimento di CDR e combustibile fossile, - spiegano le associazioni - diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica). Inoltre i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore. Alle Associazioni basta solo quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrari ad ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo. Al posto della combustione del CDR si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia. Dietro l'angolo - concludono le associazioni ambientaliste - ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l'autorizzazione del co-incenerimento del CDR; questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare CDR nei cementifici". Il Combustibile Derivato dai Rifiuti (CDR) è un combustibile solido triturato secco ottenuto dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, raccolto generalmente in blocchi cilindrici denominati ecoballe. Il CDR viene utilizzato per l'incenerimento in appositi impianti inceneritori, che essendo dotati di sistemi di recupero dell'energia prodotta dalla combustione producono elettricità o, assieme, elettricità e calore (cogenerazione). Il CDR può essere bruciato anche in forni industriali di diverso genere non specificamente progettati a questo scopo, come quelli dei cementifici, per i quali può essere un combustibile economicamente vantaggioso.Il 22 dicembre 2008 l'Italia è stata condannata dall'Unione europea, perché il CDR (anche il CDR-Q, la qualità migliore) va considerato non nuovo prodotto ma rifiuto, e deve quindi sottostare alle norme di sicurezza relative.



sabato 19 dicembre 2015

Isola delle Femmine Italcementi e Ambiente: Regione, Raffaele Lombardo rinviato a giudizio Avrebbe nominato superdirigenti senza requisiti Dirigenti generali alla Regione Indaga la Corte dei conti


Regione, Raffaele Lombardo rinviato a giudizio Avrebbe nominato superdirigenti senza requisiti

REDAZIONE  
CRONACA – L'accusa per l'ex governatore è di abuso d'ufficio. Secondo i magistrati, gli incarichi a Rossana Interlandi - ex assessora regionale -, Nicola Vernuccio e Rino Lo Nigro non sarebbero stati giustificati dai titoli in loro possesso. In un caso, mancava anche laurea e master. Il processo inizierà il 7 febbraio
Avrebbe nominato tre superdirigenti nonostante non avessero i requisiti necessari. È questa l'accusa di cui dovrà rispondere l'ex leader dell'MpaRaffaele Lombardorinviato a giudizio dal gup del Tribunale di Palermo Lorenzo Iannelli. La vicenda risale agli anni in cui Lombardo era presidente della Regione: secondo i magistrati, l'allora governatore si sarebbe reso protagonista di abuso d'ufficio nell'iter che portò alla nomina di Rossana Interlandi, ex assessora regionale, Nicola Vernuccio e Rino Lo Nigro a ruoli apicali nella burocrazia regionale. Il tutto, senza che i tre possedessero titoli sufficienti per svolgere gli incarichi. A essere giudicato, insieme a Lombardo,sarà anche il dirigente Antonino Scimemi. 
Al centro dell'inchiesta - che originariamente aveva toccato anche l'ex assessore alla Sanità Massimo Russo - i rapporti tra l'ex governatore e i tre superdirigenti. Se nel caso di Interlandi e Vernuccio, i percorsi di entrambi si sono intrecciati con la storia del Movimento per l'autonomia - dove i due ebbero ruoli dirigenziali -, per quanto riguarda Lo Nigro, i magistrati hanno rilevato come l'allora direttore dell'Agenzia regionale per l'impiego fosse privo di qualsiasi requisito necessario alla nomina, compresi la laurea e il master. Questo il commento dell'ex presidente della Regione: «Si tratta di nomine del dicembre del 2009. Se ne sono già occupate la Corte dei Conti, che dopo attenta verifica ha disposto di non doversi procedere, e la Procura della Repubblica che, a sua volta, dopo un'accurata indagine, ha chiesto l'archiviazione. Anche il giudizio - concluso - consentirà di attestare l'assoluta correttezza dell'atto amministrativo».
Il processo contro Lombardo e Scimemi inizierà il 7 febbraio, davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo.

Palermo lì 18.05.2010
IL DIRIGENTE GENERALE
Avv. Rossana Interlandi



Rosanna Interlandi nasce a Niscemi(Cl). Avvocato. Inizia a fare politica nel movimento giovanile Democristiano. Dal 2005 passa all’Mpa, di cui è statagretario provinciale a  Caltanissetta. Assessore al Territorio e Ambiente nella passata legislatura, nell’attuale legislatura è stata responsabile del servizio di Pianificazione e controllo strategico degli uffici della Presidenza. Nel febbraio 2009 è stata nominata dir. gen. del dipartimento Territorio e ambiente. Da dicembre 2009 è dir. gen. del dipartimento Energia.

8 MAGGIO 2009

Sicilia, l'isola degli sprechi

Pensionati siciliani: l'esercito degli ex boiardi più ricchi d'Italia



Il governo ha appena tracciato la strada: «Un sistema di pensioni flessibile si può fare» ha annunciato Enrico Giovannini. Al neoministro del Lavoro un suggerimento: c’è una regione dove da sempre si sperimenta con successo la massima elasticità in tema di quiescenze. Da decenni in Sicilia, in nome dell’intoccabile autonomia, vige assoluta anarchia: assegni sontuosi, reversibilità favorevolissima, perequazione sempiterna, nessuna decurtazione in caso di secondo lavoro. Per contribuire a ripianare gli scassatissimi conti della regione, l’assessore siciliano alla Funzione pubblica, Patrizia Valenti, aveva proposto un pacchetto di norme che eliminavano le discrepanze tra sistema regionale e nazionale: avrebbero garantito quasi 15 milioni di risparmi subito, con un effetto moltiplicatore per gli anni a venire. Ma nella discussione per la legge finanziaria, appena approvata, la giunta guidata da Rosario Crocetta ha incomprensibilmente rinviato tutto a data da destinarsi.
Una tappa epocale però si avvicina. Nel gennaio del 2015 la Sicilia raggiungerà un altro ambizioso traguardo: il numero dei pensionati regionali supererà quello dei suoi dipendenti. Quelli a riposo adesso sono 16.237, mentre quelli in servizio sfiorano i 16.700. Tra un anno e mezzo il sorpasso potrebbe essere compiuto. Eppure, fra le emergenze di «Don Rosario da Gela», in sella all’ente da sette mesi, non figura lo snellimento del corpaccione pubblico che pesa insostenibilmente sulle casse regionali. Tra dipendenti e pensionati diretti, la regione spende più di 1,6 miliardi l’anno. Crocetta continua a lanciare annunci di sommarie rivoluzioni e di mirabolanti tagli. Ma di concreto e strutturale c’è poco. Le nuove leggi previdenziali passate in cavalleria ne sono l’ennesima riprova. Tre norme: la prima avrebbe abrogato le norme siciliane sulla reversibilità che prevedono l’80 per cento dell’assegno al coniuge superstite invece che il 60, come per il resto del Paese. La seconda avrebbe rivisto le disposizioni sui redditi ulteriori: in Italia chi ha un altro incarico riceve metà della pensione, in Sicilia invece no. La terza avrebbe allineato il sistema di perequazione, cioè l’adeguamento al costo della vita, a quello continentale.
Nel 2012 la regione ha speso 630 milioni per i suoi ex dipendenti.Quelli che ogni anno ricevono più 100 mila euro lordi sono 201. Assegni garantiti a chi è stato assunto prima del 1986. I fortunati godono del metodo retributivo fino al 2004, cioè di assegni che arrivano fino al 108 per cento dell’ultimo stipendio. Il caso più dibattuto resta quello di Felice Crosta, ex capo dell’Agenzia regionale dei rifiuti. Dal 2006 al 2011 è stato il pensionato più ricco d’Italia grazie a una legge varata poco prima della sua messa a riposo: 496 mila euro l’anno, 1.358 al giorno. Più di un governatore di Bankitalia in quiescenza. Dopo un intervento della Corte dei conti Crosta ha ridimensionato le sue attese: 257 mila euro.
Chi insidia il suo primato è Orazio Aleo, ex capo del personale: 249 mila euro l’anno.
L’assegno all’ex segretario generale, Gaetano Di Fresco, sfiora invece i 230 mila. L’ex dirigente fu coinvolto nello scandalo per l’acquisto nel 1990 della sede romana della regione, pagata 6 miliardi di lire grazie ad alcune perizie gonfiate. L’anno scorso la Corte dei conti l’ha obbligato a risarcire 120 mila euro.
Gli ex dirigenti che guadagnano più di 200 mila euro sono 19. Molti di loro, ancora in ottima salute, si sono adoperati con successo in nuove, prestigiose e ben retribuite mansioni. Gaetano Scaravilli gode di un assegno da 230 mila annui dal novembre 2006. Somma cui fino al 2009 ha accumulato il compenso come presidente della Siciliacque: 115 mila euro. Poi è stato chiamato alla Serit, l’agenzia per la riscossione cui era stato designato l’ex pm di Palermo, Antonino Ingroia.
Pure Tommaso Liotta, dopo aver lasciato la guida del personale della regione, ha messo a frutto i suoi talenti. Non più in servizio dal 2008, ha prima guidato il gabinetto dell’assessore alla Funzione pubblica. Adesso è membro del cda del Fondo pensioni Sicilia: incarico da 41.116 euro annui. Che si sommano a 196 mila euro. La stessa fortunata parabola ha avuto Girolamo Di Vita, 213 mila euro all’anno. In pensione dal 2004, ha gui- dato fino al 2012 l’Aran Sicilia, che si occupa proprio dei contratti pubblici. Così come l’ex dirigente generale Antonino Scimemi: dal 2003 percepisce 210 mila euro all’anno. Nel 2009 l’ex governatore, Raffaele Lombardo, lo ha chiamato a guidare il suo ufficio di gabinetto. Per poi nominarlo nel consiglio di due società regionali: Sicilia e-Servizi e Siciliacque. Adesso è alla guida della Italkali.
Ex dirigente multitasking è pure Pier- carmelo Russo:pensionato a 47 anni, con appena 27 anni di contributi, ha un assegno di quasi 11 mila euro al mese. Russo è uno dei beneficiati della legge 104, che consentiva ai regionali siciliani di lasciare con soli 20 anni di contributi per assistere un familiare infermo. Dopo un’inchiesta diPanorama,ai primi di giugno 2011, la legge è stata abrogata. Non prima di consentire ad altre 829 perso- ne di sfruttare l’odiosa leggina. Molti di loro si preparano a nuove e folgoranti carriere. Come dimostra il caso dell’avvocato Russo. Dopo aver lasciato la burocrazia isolana, è stato assessore all’Energia. E adesso, tornato a indossare la toga, difende la sua mai dimen- ticata regione in un contenzioso milionario sui termovalorizzatori. Tema da lui stesso sol- levato mentre guidava l’assessorato al ramo.
Un altro baby pensionato di successo è Cosimo Aiello, dirigente per 30 anni, fino al marzo 2011. Poi è stato capo di gabinetto alla Funzione pubblica, nel comitato consultivo della banca Irfis, ha presieduto il consiglio dell’Ente per il diritto allo studio di Catania ed è consulente al bilancio del Teatro Bellini. Ora è commissario straordinario dell’autorità portuale della città. A 53 anni, la strada che porta ai giardinetti è ancora lunga e ricca di sorprese. 



L' irresistibile ascesa dei lombardiani uffici, enti e cda colonizzati dall' Mpa

UN' AVANZATA inarrestabile. Le truppe lombardiane alla conquista del sottogovernoe della burocrazia regionale ogni giorno guadagnano terreno. Anche se l' ultima nomina è un giallo. Alla presidenza della Fondazione San Raffaele di Cefalù il governatore ha designato un medico di origini siciliane, Stefano Cirillo. Un professionista dal lungo curriculum che ha presenziato all' inaugurazione della sede della Colomba a Milano: le agenzie, nel raccontare l' evento, il 26 gennaio scrissero che Cirillo era stato nominato coordinatore dell' Mpa in Lombardia. E sulla base di quella notizia è esploso un caso politico, con l' interrogazione del deputato del Pdl Giuseppe Limoli e la piccata risposta di Nicola D' Agostino, esponente autonomista che invita Limoli a mostrare l' atto di nomina, pena una querela. «Il dottor Cirillo ci ha dato una mano in Lombardia, è vicino alle nostre posizioni, ma di certo non ha un incarico di partito. In ogni caso, non vedo lo scandalo», dice D' Agostino. L' ultima polemica è comunque la cartina di tornasole dell' insofferenza, anche dentro la maggioranza, verso un' assalto in piena regola, un' occupazione dei posti di potere più visibili come del sottobosco dell' amministrazione regionale. Simboleggiata dall' ultima tornata di nomine dei dirigenti generali, con due commissari provinciali dell' Mpa (Nicola Vernuccio a Palermo e Rossana Interlandi a Caltanissetta) promossi capi dipartimento, all' Industria e all' Ambiente. Come sempre, non si discute il merito. Ma il sospetto che conti pure la tessera di partito è forte. E non è un caso, forse, che nello staff di Lombardo a Palazzo d' Orleans ci sia Nino Amendolia, ex deputato e assessore provinciale dell' Mpa a Catania. E, se le nomine nei board degli enti si limitano sinora alla presidenza vicaria dell' Ast affidataa Giulio Cusumano e al ruolo di membro del Cda di Unicredit assegnato a Marianna Li Calzi, negli assessorati targati Mpaè in corso un' invasione senza precedenti di militanti del movimento autonomista. Il record è dell' assessore alla Cooperazione Giovanni Di Mauro. Che nel suo staff ha inserito dieci, dicasi dieci, dirigenti di partito o stretti congiunti. A uomini dell' Mpa sono andati, in pratica, tutti i posti di "esterno" nelle strutture alle dipendenze di Di Mauro. Vi figurano ben cinque componenti del direttivo provinciale di Agrigento: l' ex deputato regionale Emanuele Di Betta, l' ex sindaco di Sciacca Michele Marciante, e ancora Roberto Caruana, Giuseppe Milisenda e Alfonso Vassallo, responsabile del movimento provinciale di Agrigento. Ma non finisce qui: nella segreteria particolare Di Mauro ha inserito un altro ex sindaco di Sciacca, Giuseppe Turco, candidato della lista Democratici e autonomisti alle ultime regionali, e Gerlando Virone, dirigente di sezione dell' Mpa a Raffadali. Basta così? Macché. Oltrea Di Betta, del servizio di pianificazione dell' assessorato fa parte un altro esponente dell' Mpa: Antonino Costumati, già rappresentante delle Acli. E non mancano i figli d' arte: accanto a sé, Di Mauro ha voluto pure Nino D' Arrigo e Francesco Prestigiacomo, figli rispettivamente di Leonardo D' Arrigo e Giuseppe Prestigiacomo, dirigenti di lungo corso dell' Mpa palermitano. Non è stato da meno Giuseppe Sorbello, assessore al Territorio e sindaco di Melilli: nell' ufficio di gabinetto ha inserito Santino Catalano, primo dei non eletti alle regionali, per l' Mpa, nel collegio di Messina. Ma anche l' ex assessore provinciale di Palermo Giuseppe Colca e Giuseppe Cimino, altro esponente del direttivo dell' Mpa di Agrigento. Nella segreteria particolare c' è Nicola Barone, ex deputato regionale forzista transitato nel movimento di Lombardo. E fra i consulenti spunta il nome di Salvatore Fratello, che nel 2006 avrebbe dovuto correre alle regionali nell' Udc al posto del fratello Onofrio, il primo politico a patteggiare una condanna per mafia. Lasciato l' Udc, Salvatore Fratello è passato nell' Mpa, si è candidato alle elezioni del 2008 ma non ha conquistato il seggio all' Ars. E ha trovato un incarico da duemila euro al mese alla corte di Sorbello. I centri del potere LA BUROCRAZIA Negli uffici regionali sono entrati Nicola Vernuccio (a capo del dipartimento Industria) e Rossana Interlandi (dipartimento Territorio) Romeo Palma è capo ufficio legislativo e legale I TRASPORTI Giulio Cusumano, ex assessore della giunta Cammarata, è presidente vicario dell' Ast, l' azienda siciliana trasporti di cui è azionista unico la Regione IL CREDITO Una nomina in quota autonomista c' è anche per il Cda Unicredit nel board dell' istituto bancario, che controlla anche il Banco di Sicilia, figura Marianna Li Calzi IL GABINETTO Dieci i dirigenti di partito dell' Mpa o i congiunti inseriti nell' ufficio di gabinetto dell' assessore Roberto Di Mauro, cinque dei quali provenienti dai ranghi del partito agrigentino L' OSPEDALE Al vertice del San Raffaele Giglio di Cefalù, dopo le dimissioni del vecchio Cda, è andato a sedere Stefano Cirillo, medico di origini siciliane vicino a Lombardo
EMANUELE LAURIA





 

Nomine dirigenti esterni 2009: archiviata inchiesta su Russo, Lombardo e Scimemi

Per l'ex assessore alla sanità il giudice ha ritenuto insussistenti sia le accuse di dolo soggettivo che materiale. Per l'ex presidente della Regione e per l'altro ex assessore ordinate indagini per gli incarichi a Vernuccio, Interlandi e Lo Nigro, si profilerebbe l'ipotesi dell'abuso d'ufficio


Immagine articolo - Il sito d'Italia
Il gip Giovanni Francolini ha archiviato l'inchiesta per abuso d'ufficio a carico di Massimo Russo (nella foto), Raffaele Lombardo e Antonio Scimeni per le nomine, avvenute nel 2009, dei dirigenti generali esterni della Regione Romeo Palma (all'Ufficio legislativo e legale) e Maurizio Guizzardi (alla Sanità). Per Russo, difeso dall'avvocato Massimo Motisi, il giudice ha ritenuto insussistenti sia le accuse di dolo soggettivo che materiale in quanto Guizzardi è ritenuto "un'eccellenza" del mondo sanitario.

Per Lombardo e Scimemi, il giudice ha ordinato indagini per le nomine di Nicola Vernuccio, Rossana Interlandi e Gaspare Lo Nigro. Secondo il Gip in questi casi si profila l'ipotesi dell'abuso d'ufficio. L'inchiesta è affidata al pm Maria Forti.


Dirigenti generali alla Regione  Indaga la Corte dei conti

Mercoledì 18 Settembre 2013 - 23:27



Il periodo sotto la lente d'ingrandimento è quello che va dal 2009 al 2010. Le nomine riguardano la giunta di Raffaele Lombardo. Il danno contestato dal procuratore Aloisio è di 2 milioni e 60mila euro. Ma alcuni di quegli esterni (Monterosso e Palma), oggi sono ancora al loro posto. Nonostante una pioggia di ricorsi e contenziosi. Ecco i curricula dei nove dirigenti generali e le motivazioni per cui il governo, nel 2010, ne cacciò sei su nove (dal mensile "S" del giugno 2010)

PALERMO - Sono rimasti in tre. E costano comunque molto. Patrizia Monterosso, Romeo Palma e Marco Lupo sono i superstiti di una specie in via d'estinzione. Forse. Sono loro gli ultimi tre dirigenti generali esterni della Regione siciliana. Per una di loro, l'attuale Segretario generale, a dire il vero, la stessa Regione siciliana governata da Raffaele Lombardo, circa tre anni fa, sottolineò l'insussistenza dei titoli necessari per svolgere il ruolo di capo dipartimento. Anche per questo motivo, Patrizia Monterosso fu estromessa da quel ruolo, insieme ad altri cinque colleghi. Ne restarono in tre. Ma per quelle nomine, adesso, il governatore di Grammichele e i suoi assessori potrebbero pagare caro. La Procura della Corte dei conti indaga. E il danno erariale presunto è di oltre due milioni.

Nell'inchiesta sono finiti gli incarichi all'avvocato generale dell'ufficio legislativo e legale Romeo Ermenegildo Palma, al direttore per le attività produttive Nicola Vernuccio, al direttore del dipartimento dell'Energia Rossana Interlandi, al direttore dell'agenzia regionale per l'Impiego Rino Lo Nigro, al dirigente del dipartimento della pubblica Istruzione Patrizia Monterosso, al dirigente dell'Agricoltura Salvatore Barbagallo, al dirigente del dipartimento per la Pesca Gian Maria Sparma, al dirigente dell'assessorato alla Salute Maurizio Guizzardi e al dirigente del dipartimento regionale per le attività sanitarie Mario Zappia.

Il presunto danno contestato dal procuratore della Corte dei Conti, Giuseppe Aloisio, come si legge negli inviti a comparire appena notificati, è di 2 milioni e 60 mila euro. A restituire la somma nelle casse della Regione è chiamata la giunta di governo composta da Raffaele Lombardo i cui assessori erano, Gaetano Armao, Giovambattista Bufardeci, Mario Centorrino, Caterina Chinnici, Michele Cimino, Giovanni Di Mauro, Luigi Gentile, Nicola Leanza, Pier Carmelo Russo, Massimo Russo, Antonino Strano, Marco Venturi e il dirigente capo di Gabinetto Antonino Scimemi.

La storia non è recente, ma alcuni paradossi si spingono fino ai giorni nostri. Quello del Segretario generale, appunto, considerata non all'altezza – dall'allora Ragioniere generale della Regione siciliana Enzo Emanuele, che lo spiegò attraverso una propria relazione interna, che si aggiunse, ricalcandola, a quella dell'attuale garante della Concorrenza Giovanni Pitruzzella - di svolgere il compito di dirigente generale, ma pochi mesi dopo finita persino al vertice della burocrazia generale. Con tanto di ricorsi, oggi, pendenti, contro quella nomina giunta nonostante il possesso di una laurea in filosofia. Ma anche Romeo Palma, al vertice dell'Ufficio legislativo e legale, nonostante facesse parte della ristretta cerchia dei promossi (insieme a Guizzardi e Barbagallo), finì al centro delle polemiche perché allora non iscritto all'ordine degli avvocati.

Eppure, paradosso nel paradosso, fu proprio Palma, nel 2011, come raccontano le Sezioni riunite della Corte dei conti in occasione dell'ultimo Rendiconto, a chiedere di fissare, finalmente, le benedette regole per l'attribuzione degli incarichi esterni: “Nel febbraio del 2011 – scrive la Corte - l’Ufficio legislativo e legale aveva reso un parere alla Presidenza evidenziando l’opportunità, al fine di evitare iniziative contenziose sui futuri provvedimenti di nomina, di procedimentalizzare la procedura di attribuzione degli incarichi dirigenziali a soggetti esterni all’Amministrazione”. Ma di questa “procedimentalizzazione” non c'è traccia. “Sul punto, - si legge sempre nel Rendiconto generale - l’Amministrazione regionale, pur affermando che, di fatto, nel 2012 ci si è attenuti alle prescrizioni dell’art. 19, comma 6, dianzi menzionato, non ha reso noto se sia stata o meno disciplinata la procedura del conferimento degli incarichi dirigenziali a soggetti esterni”.

L'articolo e il comma cui si fa riferimento, appartengono al decreto legislativo 165 del 2001,che fissava appunto i requisiti per l'attribuzione degli incarichi, che possono andare solo “a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, che abbiano svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati o aziende pubbliche e private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali o che abbiano conseguito una particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria, da pubblicazioni scientifiche o da concrete esperienze di lavoro, o provenienti dai settori della ricerca, della docenza universitaria, delle magistrature e dei moli degli avvocati e procuratori dello Stato”.

Requisiti che non sarebbero stati tenuti in considerazione dalla Regione. Un “errore” che si sarebbe sommato alla mancanza di quella “procedimentalizzazione” che, giusto per farla semplice, consiste nella preventiva verifica delle risorse all'interno dell'amministrazione. Insomma, qualunque governo, prima di attribuire un incarico di dirigente esterno, deve verificare se tra il personale esistente esiste già qualcuno in grado di svolgere quel ruolo. A maggior ragione, probabilmente, un amministrazione che può contare su un numero stratosferico di dirigenti.

Più discusso il limite “numerico” per l'attribuzione di quei ruoli. La legge Brunetta fissa il tetto del 10% per gli incarichi apicali da affidare all'esterno (non più di tre, quindi, considerato il fatto che oggi i dipartimenti - o gli uffici equiparati - sono 27), mentre la normativa regionale si spinge fino al 30% (nove incarichi). Su questo punto, sempre la Corte dei conti ha invitato il governo a “riportare entro i più ristretti limiti previsti dalla normativa nazionale la possibilità di ricorrere a professionalità esterne all’Amministrazione regionale”. Ma quel limite, almeno quello, al momento, è rispettato. In passato non è stato così.

“A seguito della nomina di un consistente numero di dirigenti generali esterni – scrive infatti la Corte proprio riguardo agli incarichi oggetto dell'indagine della Procura contabile - alla compagine regionale, avvenuta nel 2009, sono state avviate azioni legali da parte dei soggetti non riconfermati nel precedente incarico”.

Si tratta, nel caso specifico, di dirigenti interni che oggi, in due casi su quattro, ricoprono il ruolo di capo dipartimento. Sono “colleghi”, insomma, di quegli stessi direttori contro le cui nomine hanno avanzato ricorso al Tar. Maria Antonietta Bullara (attuale dirigente generale alla Famiglia) e Giuseppe Morale (oggi dirigente generale del dipartimento Autonomie locali) infatti, tre anni fa, insieme ai colleghi direttori di allora Giuseppe Li Bassi e Michele Lonzi aveva avanzato un ricorso contro la scelta dell'ex governatore Lombardo di sostuirli, nel ruolo di dirigenti generali della Regione. Più recentmente, invece, ecco anche due distinti ricorsi al Tar contro la nomina di Patrizia Monterosso avanzati da aspiranti Segretari generali: Salvatore Taormina e Alessandra Russo.

Una cosa è certa. Che si tratti di nomine legittime o meno, i dirigenti generali esterni costano molto. Lo ha sottolineato anche la Corte dei Conti: “A fronte di oltre 1.800 dirigenti di ruolo, è poco plausibile ritenere che non siano già disponibili idonee professionalità all’interno della Regione. La mancata valorizzazione delle risorse interne – precisano ancora i giudici contabili - è in definitiva la causa dei costi sostenuti per retribuire i dirigenti esterni, per i cui emolumenti, come già evidenziato nel paragrafo precedente, è previsto un tetto massimo il cui importo è di gran lunga superiore alla retribuzione massima dei dirigenti generali interni”. Una pratica discutibile che, sebbene ridotta molto nel numero, con l'arrivo del nuovo governo, rimane difficilmente comprensibile.

Il tetto massimo cui si fa riferimento è quello fissato da una legge regionale del 2007: 250 mila euro annui. Per Patrizia Monterosso, stando ai dati pubblicati sul sito ufficiale della Regione, lo “stipendio” annuo oggi sfiora i 170 mila euro lordi. Cifra molto simile quella guadagnata dal dirigente generale del dipartimento Rifiuti Marco Lupo: 161.519,80 euro. Ma il “top” dei compensi spetta all'Avvocato generale della Regione. Per Romeo Palma, stipendio che ammonta a 219.861,42 euro lordi. Soldi che in buona parte potrebbero essere risparmiati tramite il ricorso agli interni. Ma soldi che la Regione, anche in tempi di spending review selvaggia, continua a spendere. Allora, come adesso. Con Lombardo e con Crocetta


Dirigenti esterni, decideranno gli assessori

Il futuro dei nove manager è sempre più in bilico. Dopo il nulla di fatto della giunta, saranno loro stessi a dover convincere tutti della bontà dei loro titoli

PALERMO. La giunta ha deciso di non decidere. Ma il futuro dei nove dirigenti esterni è sempre più in bilico: saranno loro stessi a dover convincere i singoli assessori a cui fanno riferimento della bontà dei loro titoli e dunque dell’opportunità di confermarli in carica.  Quattro ore di riunione non sono bastate alla giunta Lombardo per scrivere la parola fine alla telenovela iniziata il 30 dicembre 2009. Il governo per la verità si è riunito non a ranghi completi: mancava, per esempio, Michele Cimino, punta di diamante delle delegazione dei miccichieani. Ma l’assessore all’Economia non era il solo assente.


Il caso riguarda Rossana Interlandi (Energia), Romeo Palma (Ufficio legale), Rino Lo Nigro (Agenzia per l’impiego), Patrizia Monterosso (Istruzione e Formazione), Nicola Vernuccio (Energia e Attività produttive), Maurizio Guizzardi (Sanità), Gian Maria Sparma (Pesca), Mario Zappia (Osservatorio epidemiologico) e Salvatore Barbagallo (Agricoltura). Tutti nominati il 30 dicembre ma mai messi sotto contratto perchè nel frattempo sulle scelte del governo sono piovuti ricorsi al Tar da parte degli interni esclusi, un’inchiesta della Corte dei conti su esposto del Pdl ufficiale e un ricorso alla Consulta da parte del governo nazionale. Ufficialmente le loro nomine non sono state revocate ma «restituite» agli assessori. Il governo ha preso atto del parere del pool di esperti - guidato dal segretario generale, Enzo Emanuele, e dal capo del Personale Giovanni Bologna - secondo cui almeno 6 su 9 (Interlandi, Lo Nigro, Monterosso, Vernuccio, Sparma e Zappia) non avrebbero tutti i requisiti in regola. In ogni caso la giunta al momento della nomina non avrebbe rispettato le prescrizioni della legge Brunetta che impone la ricerca all’interno dell’amministrazione delle professionalità prima di rivolgersi all’esterno. In questo senso tutti i nove manager sarebbero da revocare.


Contro la conferma superburocrati c’è anche un parere del costituzionalista Giovanni Pitruzzella e una serie di pronunce della giurisprudenza per casi analoghi: il principale riguarda la Lombardia. Di fronte a questo scenario la giunta ha messo la palla nelle mani dei singoli assessori. Entro una settimana al massimo dovranno attivare un contraddittorio con i dirigenti, valutarne i requisiti acquisendo con le carte originali i titoli dichiarati nei curricula e poi motivare nella prossima riunione della giunta la decisione di confermare o meno gli incarichi. Mossa che potrebbe salvare - sotto la piena responsabilità politica, contabile e amministrativa degli assessori - almeno tre dei nove dirigenti: i papabili sarebbero Palma, Guizzardi e Barbagallo che anche nella relazione di Emanuele e Bologna erano messi in posizione diversa da tutti gli altri. In ogni caso lascerà gli uffici Rino Lo Nigro che ha optato per la pensione dal 7 luglio. Gli esterni torneranno così 8, come fin dall’inizio si presumeva in base al dettato della riforma degli assessorati: fin da qui è iniziata la polemica perchè invece di 8 dirigenti esterni la giunta ne nominò 9 dovendo ricorrere a una interpretazione autentica della legge per giustificare l’uomo in più. Ora si arriva all’ultima puntata: agli assessori il compito di strappare le nomine o formalizzare i contratti.


Il sistema Lombardo  raccontato su "S" 

Mercoledì 19 Febbraio 2014 - 19:04 di Alfio Sciacca 

A novembre del 2010, subito dopo l'operazione Iblis, "S" dedicò un ampio speciale all'inchiesta. In questo articolo tratto da quel numero Alfio Sciacca traccia le principali accuse rivolte a Raffaele ed Angelo Lombardo.

A novembre del 2010, subito dopo l'operazione Iblis, "S" dedicò un ampio speciale all'inchiesta. In questo articolo tratto da quel numero Alfio Sciacca traccia le principali accuse rivolte a Raffaele ed Angelo Lombardo.

PALERMO - Stando alle argomentazioni usate i magistrati sembrano credere alla trama che viene fuori dal racconto di mafiosi, picciotti e colletti bianchi. E lo si capisce già dal titolo del capitolo che riguarda la posizione del governatore: “Rapporti tra Cosa Nostra e i fratelli Raffaele e Angelo Lombardo”. Il tono usato sembra quello di una richiesta di misura cautelare che invece non c’è. Ma leggiamole nel dettaglio quelle 75 pagine di fuoco. In attacco i pm usano un’espressione che sembra già una condanna. “Gli atti di indagine eseguiti e gli elementi acquisiti nell’ambito di altri procedimenti, poi confluiti nel presente procedimento, consentono di ritenere provata, in punto di fatto, l’esistenza di risalenti rapporti – diretti e indiretti - degli esponenti di Cosa nostra della provincia di Catania con Raffaele Lombardo e con Angelo Lombardo”. E nella lunga disamina partono proprio dalle dichiarazioni di Avola concludendo però che “non sono state positivamente riscontrate”. Da qui la richiesta di archiviazione poi respinta dal gip e le nuove indagini con l’interrogatorio di altri pentiti che, comunque, non avrebbe fornito elementi di riscontro. A seguire la procura valuta invece le affermazioni, meno datate rispetto a quelle di Avola, di un personaggio di primissimo piano nell’organigramma di Cosa Nostra catanese: Rosario Di Dio, indicato come referente per la zona di Ramacca. Personaggio che la procura ritiene estremamente credibile.

“Si è mangiato sette sigarette”
In particolare viene citato “il contenuto dell’intercettazione ambientale del 26.05.2009, ore 15.48.19, effettuata presso l’ufficio del distributore 'Agip' - sito sulla strada statale Catania–Gela, contrada 'Cuticchi', agro di Ramacca - gestito da Di Dio Rosario ('Saro'), relativa ad una conversazione svoltasi tra Di Dio medesimo e tale Salvatore Antonio Politino ('Salvo'), nel corso della quale il primo riferiva al Politino di essere stato contattato da un suo amico, tale Angelo, il quale lo informava che l’indomani sera sarebbe venuto a Palagonia 'Bartolo Pellegrino, assessore all’Agricoltura alla Provincia' - persona che esso Di Dio affermava peraltro di non conoscere e che 'Angelo' chiariva essere 'uomo di Raffaele Lombardo' – il quale desiderava incontrarlo (qui c’è un errore dei pm in quanto l’assessore alla provincia si chiama Orazio Pellegrino, ndr). Di Dio Rosario, intuendo che l’assessore Pellegrino intendeva incontrarlo per chiedergli un appoggio elettorale in favore di Lombardo Raffaele, riferiva al Politino di avere così risposto ad 'Angelo' : 'Angelo, tu lo sai, è inutile che viene per cercare voti, perché voti non ce n’è per Raffaele… bello chiaro…, là lascia che io ero nel Mpa, voto a lui non gliene davo perché il comportamento che ha, è per me un uomo indefinibile… quello che ho fatto io quando lui è salito la prima volta lì, neanche se viene il Padreterno troverà più queste persone e siccome io ho rischiato la vita e la galera per lui e le cazzate che ha fatto lui non mi… vuol dire che tu sei immondizia… da me all’una e mezza di notte è venuto, ed è stato due ore e mezza, qua da me, dall’una e mezza alle quattro di mattina… si è mangiato sette sigarette'. Nel corso della medesima conversazione intercettata, Di Dio aggiungeva che Raffaele Lombardo gli aveva fatto pervenire, attraverso il suo 'massaro' ('…tre settimane che mi manda il massaro'), 'tre buste piene di fac-simile', invitandolo a impegnarsi (a fare propaganda elettorale per lui) in occasione di una competizione elettorale. Allo scopo di porre fine a tali richieste, Di Dio riferiva al Politino di avere inviato a Raffaele Lombardo un biglietto nel quale, dopo aver ribadito la propria intenzione di non voler fare campagna elettorale per lui ('Caro Raffaele, è inutile che mi mandi le buste…'), esortava l’uomo politico a retribuire il 'massaro' latore dei fac-simile ('…pensa a dargli lo stipendio a questo povero sventurato, che ha due anni che non glielo dai…'), spiegando altresì al Politino che si trattava di una persona che, pur essendo da due anni alle dipendenze del Lombardo ('…è da due anni che ci lavora là…e non prende lo stipendio…'), accettava di lavorare senza percepire retribuzione alcuna in quanto l’uomo politico gli aveva promesso che avrebbe trovato una sistemazione per il figlio ('…gli deve sistemare il figlio…'), così come in precedenza aveva promesso di sistemare un altro figlio del 'massaro', che – secondo quanto affermato sempre dal Di Dio - Lombardo aveva fatto assumere per tre mesi all’aeroporto, per poi farlo licenziare ('gli ha fatto assumere l’altro figlio per tre mesi all’aeroporto, e poi glielo ha fatto licenziare'), comportamento, questo, che veniva dal Politino icasticamente qualificato come abilmente profittatorio ('…e lui fa così! Sei mesi… tre mesi… li tiene sotto scopa!') e dal Di Dio vieppiù arricchito di ulteriori condotte profittatrici asseritamente poste in essere da Lombardo Raffaele e di espressioni di disistima assoluta nei confronti di quest’ultimo ('Presidente della gran coppola di minchia! 

Che sei presidente? Non si nuddu ammiscatu cu nenti')”.

Quindi la conclusione dei magistrati. “Sulla scorta dei dati appena indicati e delle considerazioni che precedono, deve ritenersi che l’incontro in esame non può che essere avvenuto alla vigilia della consultazione elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo tenutasi nei giorni 12 e 13 giugno 2004, in esito alla quale Lombardo Raffaele è stato riconfermato nella carica di europarlamentare per il partito dell’Udc. In conseguenza degli accordi presi durante l’incontro notturno, Di Dio ha dispiegato l’intervento richiestogli da Lombardo Raffaele, mettendosi al lavoro la mattina successiva come già in precedenza detto… Gli atti assunti non consentono di stabilire l’entità dell’apporto, in termini di voti, dato dal Di Dio Rosario all’elezione di Lombardo Raffaele. Tuttavia, appare verosimile ritenere che la richiesta dell’uomo politico sia stata preordinata non già, e non tanto, al conseguimento di uno sparuto numero di voti da ricercare tra i soggetti appartenenti alla ristretta cerchia familiare del Di Dio, bensì alla acquisizione di una messe di voti assai più ampia, in quanto Lombardo Raffaele sapeva che l’amico e 'uomo d’onore' al quale si stava rivolgendo era in grado di esplicare la propria influenza di capo-cosca in un’area territoriale assai ampia e presso soggetti 'sensibili' e dunque pronti ad osservare le sue indicazioni di voto. Lombardo Raffaele, infatti, risulta essere da tempo in rapporti di amicizia e di reciproci interessi con Di Dio Rosario, come si desume chiaramente dalle affermazioni dello Astuti in precedenza riportate. La circostanza che l’incontro si sia svolto dall’una e mezza alle quattro di notte, dunque, può spiegarsi soltanto con la consapevolezza che i fratelli Lombardo avevano di recarsi a casa di un mafioso, amico sì, ma pur sempre mafioso. Essi hanno scelto di incontrare Di Dio nel cuore della notte per non correre il rischio di essere visti nell’atto di entrare a casa di un personaggio di indiscussa e notoria caratura mafiosa, e nel corso di quell’incontro Lombardo Raffaele, a quel tempo europarlamentare uscente e presidente in carica della Provincia Regionale di Catania, ha chiesto ed ottenuto l’appoggio elettorale del mafioso Di Dio Rosario, 'uomo d’onore' e referente per l’area di Palagonia della famiglia catanese di Cosa nostra”.

Giovanni Barbagallo, l’uomo di cerniera

Ma l’uomo chiave di tutta l’inchiesta è Giovanni Barbagallo, un insospettabile geologo che nel tempo sarebbe diventato l’uomo di cerniera tra Cosa nostra e i fratelli Raffaele ed Angelo Lombardo. Secondo i pm era da un lato in costante contatto con Vincenzo Aiello, attualmente reggente della famiglia catanese di Cosa Nostra che fa capo al boss Nitto Santapaola, e dall’altro col governatore e soprattutto il fratello Angelo e l’ex assessore regionale Rosanna Interlandi. Scrivono i pm: “Il collaudato e solido rapporto esistente tra Barbagallo Giovanni e Lombardo Raffaele è dimostrato, tra l’altro, anche dall’appoggio che quest’ultimo sollecitava al primo per la candidatura di Rosanna Interlandi così come è dimostrato dalla conversazione intercettata il 28.04.2007 - intercorsa tra Barbagallo Giovanni e tale Salvatore ('Turi') Cavaleri collaboratore dell’assessore regionale Rosanna Interlandi: il Cavaleri, infatti, ad un certo punto passava il telefono alla Interlandi, alla quale Barbagallo riferiva di essersi incontrato due giorni prima con 'Raffaele' (Lombardo), il quale gli aveva chiesto di appoggiare la Interlandi, candidata alla carica di sindaco per il partito Mpa nelle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Niscemi. Nel corso del colloquio, Barbagallo riferiva alla donna di avere assicurato al Lombardo che si sarebbe adoperato in tal senso”. E ancora: “La perfetta coerenza ed efficienza del sistema oggetto di indagine si mostrava in tutta evidenza sia allorché la Interlandi indirizzava a Barbagallo i dirigenti della Safab che intendevano trovare una paternità politica e mafiosa, sia allorché Barbagallo individuava la Interlandi – unitamente ad Angelo Lombardo – come idonea messaggera di indicazioni e richieste da indirizzare all’ormai prudentissimo Raffaele Lombardo”. I magistrati mettono assieme diverse intercettazioni sempre a carico di Barbagallo che dimostrerebbero la mobilitazione delle cosche anche in occasione delle elezioni a Mirabella Imbaccari in cui si fronteggiarono due diversi gruppi della criminalità organizzata. In una “conversazione del 9.06.2007 tra Barbagallo e Aiello, si aveva modo di apprendere che, proprio in occasione della elezione del sindaco di Mirabella Imbaccari, si erano fronteggiate due fazioni della medesima organizzazione criminale: una guidata da Aiello e da Barbagallo, che si era prodigata, seppur in ritardo, per fare eleggere Filippo Rasà; l’altra, rappresentata da Salvatore ('Turi') Seminara e da Pino Rindone, che aveva sostenuto, invece, il candidato Enzo Marchingiglio, esponente locale di An, di poi risultato eletto. Aiello, infatti, attribuiva la mancata elezione del Rasà anche al fatto che altri componenti della stessa organizzazione criminale da lui guidata ('amici nostri'), pur avendo dichiarato di sostenere il Rasà ('gli hanno detto di sì a lui personalmente'), avevano in realtà appoggiato il suo diretto avversario ('…e poi gli hanno fatto la campagna al contrario'), e aggiungeva che a sostenere il Marchingiglio erano stati Giuseppe Rindone ('Pino Rindone') e Salvatore ('Turi') Seminara ('…quello… il vecchio… quello.. Seminara… portava all’altro…')”.
Durissimo il commento dei magistrati. “La conversazione appena esaminata oltre a ribadire il significativo rapporto esistente tra Lombardo Raffaele e (soggetti di sicura caratura criminale come lo) Aiello e Barbagallo – rapporto non occasionale né marginale ma cospicuo, diretto e continuativo, almeno con Barbagallo, ed anche attraverso Lombardo Angelo, e comunque anche con Aiello almeno per il tramite di Barbagallo – grazie al quale l’uomo politico poteva avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui vicina, costituisce, al tempo stesso, uno spaccato della desolante permeabilità di certe comunità locali al potere di assoggettamento che le associazioni mafiose radicate in quei territori esercitano in ogni direzione ritenuta di interesse. Le intercettazioni in atti dimostrano, infatti, in modo inoppugnabile, che l’organizzazione criminale in esame ha pesantemente condizionato non soltanto il libero dispiegarsi nel territorio delle attività economiche, ma anche l’esercizio dei diritti politici e, primo tra tutti, quello della libertà di voto, che costituisce l’essenza stessa della democrazia parlamentare rappresentativa - indirizzando i risultati (in termini elettorali) di tale condizionamento verso l’uomo politico di volta in volta individuato. Barbagallo ha continuato ad adoperarsi attivamente per supportare con impegno e dedizione assoluti i candidati indicati da Raffaele Lombardo – tutti appartenenti alla formazione politica da quest’ultimo fondata e guidata – sui quali ha riversato di volta in volta i voti rastrellati, unitamente a Aiello e ad altri componenti della medesima organizzazione criminale, nei vari Comuni impegnati nelle elezioni per il rinnovo delle amministrazioni locali”. Alle vicende della Safab e di Barbagallo e alla posizione di Rossana Interlandi sono dedicati altri due articoli in questo numero.

A braccetto con Basilotta

Altra frequentazione equivoca per il governatore sarebbe quella con l’imprenditore di Castel di Judica Vincenzo Basilotta, arrestato nell’ambito dell’operazione “Dionisio” è già condannato in primo grado a tre anni. Scrivono i pm: “Basilotta Vincenzo aveva instaurato solidi rapporti con la politica e segnatamente con l’Mpa di Raffaele Lombardo; il genero del Basilotta aveva condotto in modo incisivo campagna elettorale in favore di Oliva Vincenzo, poi eletto senatore della Repubblica nella lista del Mpa, e si accreditava sulla 'piazza' di Castel di Judica come interlocutore privilegiato di Raffaele Lombardo, grazie anche al rapporto di grande familiarità che il suocero, appunto Basilotta Vincenzo, aveva con Lombardo Raffaele. Ma tale situazione non piaceva affatto a Barbagallo, il quale, invece, rivendicava per sé il ruolo di referente di Lombardo a Castel di Judica”. E viene ricostruito un episodio particolarmente eloquente. “Proprio Barbagallo il 1° giugno 2008, di ritorno da Castel di Judica, dove aveva partecipato ad un incontro cui prendeva parte l’onorevole Raffaele Lombardo, nella nuova veste di presidente della giunta regionale siciliana, informava Aiello dell’esito dell’incontro avuto con Basilotta Vincenzo poche ore prima a Castel di Judica. Barbagallo riferiva di avere comunicato all’imprenditore che Aiello intendeva incontrarlo, ma che tale richiesta non era stata accolta, in quanto Basilotta sosteneva di non essere nelle condizioni migliori per incontrare l’Aiello, e alla domanda del Barbagallo mirante a sapere se tale rifiuto era dovuto al fatto di essere ancora 'sotto indagine' ('gli ho detto: ma… ma che sei sotto ancora?') Basilotta aveva riposto affermativamente ('Dice: ancora… sì!'). Barbagallo chiudeva il suo racconto informando Aiello che Basilotta 'era con il vestito, a braccetto di Raffaele'”. Fotografando quello che i pm defininiscono “un connubio assolutamente inusuale, quanto biasimevole, tra l’uomo istituzionalmente più rappresentativo della Sicilia ed il facoltoso – ma penalmente censurato – imprenditore edile vestito a festa, l’uno e l’altro spinti da ragioni diverse a sfilare in pubblico, ma uniti dal comune intento di far conoscere, a chi non ne fosse ancora a conoscenza, il rapporto di affettuosa amicizia tra loro esistente”.

Il festino con i mafiosi

E poi c’è la storia della “mangiata” per festeggiare la doppia elezione di Angelo Lombardo alla Camera dei Deputati e alla Regione. “Il 29 aprile 2008 Lombardo Angelo veniva proclamato deputato al Parlamento nazionale avendo optato per tale ufficio anziché per quello di deputato alla Regione siciliana”. Una settimana dopo i carabinieri dei Ros documentano le fasi organizzative e poi quel che avviene nella casa di campagna di Barbagallo in contrada Margherito a Ramacca. Una festicciola in onore di Angelo Lombardo alla quale partecipano colletti bianchi e mafiosi. Ecco quel che scrivono nel loro rapporto i carabinieri del Ros. “Il servizio di video sorveglianza consentiva di appurare alle 12,20 all’ingresso della casa di campagna del Barbagallo - che alle ore 12,34, precedute dall’auto del Barbagallo medesimo che fungeva da battistrada, giungevano tre autovetture, la prima delle quali era una Audi Q7 di color grigio metallizzato, targata DB322DH, risultata intestata a 'Mpa-Presidente pro-tempore Di Mauro Giovanni', e, a far tempo dal 27/05/2008, a 'Lombardo Angelo, nato a Grammichele il 27/06/1960, residente in Catania' che veniva fotografata in uscita alle successive ore 16,20”. A quel banchetto a base di quaglie e vino rosè partecipano tra gli altri anche Alfio Stiro, “personaggio in passato condannato per aver fatto parte della famiglia catanese di Cosa nostra, e di recente indicato dal collaboratore di giustizia Barbagallo Ignazio, come soggetto appartenente al clan Santapaola, inserito fino a poco tempo prima dell’ottobre 2009 nel gruppo di Piero Puglisi”. Pesantissimo il commento dei pm: “Malgrado non sia stato possibile, nella attuale fase delle investigazioni, acquisire ulteriori elementi relativi alla identificazione di tutti i soggetti che hanno preso parte all’incontro conviviale in esame, può ragionevolmente concludersi che il 4 maggio 2008 si è tenuta a casa del Barbagallo una riunione che certo non può essere paragonata a quella, ormai celebre, svoltasi ad Appalachin con la partecipazione del gotha della mafia nordamericana del tempo, ma che appare ugualmente significativa della compenetrazione tra esponenti del crimine organizzato, amministratori della cosa pubblica, politici e imprenditori”.

Il pizzo per la campagna elettorale

Ma stando alle conversazioni degli uomini del clan Santapaola la mafia si sarebbe mobilitata in favore del governatore anche dirottando i proventi delle estorsioni per pagare alcune spese elettorali di Raffaele Lombardo. In buona sostanza ad una impresa impegnata nei lavori del centro commerciale di Pigno, oggi noto come “Le Porte di Catania”, sarebbe stato chiesto di girare i soldi della “messa a posto” con la mafia per pagare spese elettorali del governatore. Questo il contenuto di una conversazioni tra Barbagallo e il boss Vincenzo Aiello. “Non solo... non vi scuddati, ci resi i soddi nostri! Del Pigno… ci resi a iddu ppa campagna elettorale… parole incomprensibili... i soddi ca l’impresa…”. In lingua italiana: “Non solo… non scordatevelo, gli ho dato i soldi nostri! (quelli) del Pigno… glieli ho dati a lui per la campagna elettorale… parole incomprensibili… i soldi che l’impresa…”.

Spiegano i pm: “Il significato di questa frase è assolutamente inequivocabile. Aiello, infatti, invita Barbagallo a non dimenticare che egli aveva dato al Lombardo Raffaele i soldi dell’organizzazione ('soldi nostri'), per finanziare la sua campagna elettorale, vale a dire i soldi versati all'organizzazione criminale 'Santapaola' dalla impresa che aveva in corso la realizzazione di una opera nel quartiere 'Pigno' di Catania! Ed è parimenti significativa la circostanza che Aiello rammenti a Barbagallo tale vicenda allo scopo di evidenziare che l’associazione mafiosa da lui guidata disponeva di argomenti tali da indurre in qualunque momento Lombardo Raffaele ad intervenire per assicurare la buona riuscita degli affari e dei progetti coltivati da quella organizzazione criminale che aveva supportato, anche economicamente, la sua elezione. Si tratta, a ben vedere, di una tra le più gravi - se non addirittura la più grave in assoluto - acquisizioni investigative scaturite dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali effettuate nel presente procedimento. Essa descrive - senza lasciare spazio alcuno a possibili dubbi semantici o inesistenti difficoltà interpretative - il dato nudo e crudo della avvenuta consegna a Lombardo Raffaele di una somma di denaro destinata al finanziamento della sua campagna elettorale. E chiarisce, al tempo stesso, che tale finanziamento è stato disposto dal rappresentante provinciale (dunque dal capo) della più forte e ramificata organizzazione mafiosa operante nella provincia di Catania, in favore di un uomo politico al tempo impegnato in campagna elettorale”.

“Lombardo è un pezzo di merda”

I pm fotografano anche l’atteggiamento delle cosche dopo l’elezione di Raffaele Lombardo alla presidenza della Regione. Momento in cui si consuma quello che viene considerato un tradimento. “All’indomani di tale risultato, frutto di un vasto consenso che sanciva il successo personale dell’uomo politico e, al tempo stesso, della coalizione che lo sosteneva, Lombardo Raffaele chiudeva – o almeno cosi appariva all’esterno - la linea di dialogo formale fino ad allora esistente con Barbagallo e, per il tramite di costui, con l’organizzazione mafiosa guidata da Aiello Vincenzo”. E lo si capisce dai giudizi che esprimono il reggente della mafia catanese e l’uomo di cerniera. Il 20 aprile 2008 Giovanni Barbagallo (BG), Carmelo Finocchiaro (FC), Antonino Sorbera (SA) parlano, intercettati, alla presenza di Enzo Aiello.
BG: Con Raffaele ora non si può parlare più… Enzo…
SA: Intantu acchianau! (in lingua italiana 'intanto è stato eletto!'). Questo più pezzo di merda di Berlusconi…
BG: Non si ci può parlare! Con Angelo macari e macari… (in italiano: 'Con Angelo ancora ancora', nel senso che con Angelo c’è la possibilità di parlare)… ma con Raffaele…
FC: Intanto siede al tavolo di Berlusconi, l’altro giorno…
SA: L’Mpa…
SA: Ma li ha voluti… i voti li ha voluti… Giovanni… e qualche cosa anche… a livello…
BG: Noooo…
SA: Non è che stiamo domandando cose…
BG: Con Angelo si può parlare…
SA: Li deve ringraziare questi che gli hanno dato i voti, prende e ci vanno….
BG: Quello che non si ci può…non si ci può parlare più sai chi è? Raffaele! Ormai a quello non si ci può parlare più!
SA: Ma quando cercava i voti però, si metteva…

Dopo l’elezione a governatore le cosche cercano comunque di mantenere saldo il rapporto con Angelo Lombardo che resta più avvicinabile rispetto al fratello. Ma, osservano i magistrati, “in buona sostanza, dopo l’elezione di Raffaele Lombardo i rapporti in essere con Barbagallo e con l’organizzazione criminale guidata da Aiello - nella quale, peraltro, militava Barbagallo medesimo – continuavano a far capo ancora a Lombardo Raffaele, per il tramite operativo del fratello Angelo, protagonista di una irresistibile ascesa politica che ne aveva determinato contemporaneamente l’elezione al parlamento della Regione siciliana e al Parlamento della Repubblica in entrambi i casi nella lista del Mpa, ossia della formazione politica fondata e guidata dal fratello Raffaele. Lombardo Angelo, infatti, si incaricava di trattare personalmente gli 'affari' di nuovo conio, e svolgeva tale compito anche in relazione a problematiche che in nessun caso avrebbero potuto essere risolte senza il decisivo intervento del fratello Raffaele. Il ruolo del Lombardo Angelo era, dunque, simile a quello di un 'institore' ('chi è preposto con procura all’esercizio di un’impresa commerciale dal titolare della stessa'), incaricato della gestione di affari che interessavano in vario modo il gruppo criminale guidato da Aiello e che chiamavano in causa e postulavano l’esercizio dei poteri decisionali spettanti al fratello Raffaele. E tale attività svolgeva Lombardo Angelo senza giovarsi per nulla della carica di parlamentare nazionale e neppure di consigliere regionale – peraltro rivestita per un brevissimo periodo – ma unicamente nella veste di 'fratello del Presidente'. A parte l’evidenza dei rapporti diretti di questi personaggi - segnatamente di Barbagallo e, per suo tramite, di Aiello e degli altri - con Lombardo Raffaele, va detto che Lombardo Angelo non ha nessuna rilevanza e caratura autonoma, cioè a prescindere dal fratello. E non appare in alcun modo che sia Angelo a gestire i rapporti e rivolgersi al fratello, ma, appunto, piuttosto, a (man)tenere i rapporti in nome e per conto del fratello. Conclusivamente può dirsi che, a partire dalla elezione di Lombardo Raffaele alla presidenza della giunta regionale, il terminale o, se si vuole, il referente politico della organizzazione criminale 'Santapaola' diviene formalmente Lombardo Angelo”. E i pm lo chiariscono ricordando la vicenda della Safab. “La vicenda che rivela in modo più diretto e tangibile il nuovo ruolo assunto da Lombardo Angelo nel contesto politico-criminale in esame scaturisce dalle intercettazioni telefoniche e ambientali relative all’attività imprenditoriale della Safab SpA, una società romana interessata alla realizzazione di numerosi e importanti appalti in Sicilia. Nel corso della intercettazione ambientale del 25.05.2008 in località Margherito, Barbagallo Giovanni, dopo aver ribadito ad Aiello che Raffaele Lombardo era ormai inavvicinabile ma che lui poteva comunque parlare con suo fratello Angelo, raccontava che Rossana Interlandi - fino a qualche tempo prima assessore regionale al Territorio e Ambiente della Regione Siciliana - non era riuscita a risolvere le difficoltà che una grossa impresa romana, la Safab, aveva incontrato con il Genio civile di Catania e con l’assessorato al Territorio per la realizzazione di un 'villaggio per gli americani sul territorio di Paternò', sicchè aveva comunicato all’'amministratore' di questa società che l’unica persona che poteva 'risolvere questa storia… una persona che è vicina a Raffaele', era Giovanni Barbagallo“.

I magistrati per “pararsi il culo”

E i mafiosi catanesi commentano anche la scelta di Lombardo di nominare due magistrati assessori regionali. E nel riportare queste dichiarazioni, i pm partono con un commento tranciante. “Le acquisizioni investigative operate nel corso della presente indagine dimostrano che la decisione del assessori regionali Raffaele era, in effetti, frutto di una strategia che mirava a disegnare la figura del nuovo Presidente della Regione come di un politico che non solo non intratteneva rapporti (di contiguità) con ambienti del malaffare politico-mafioso (come pure accaduto, in passato, a personaggi di rilievo della vita politica siciliana) ma che, anzi, combatteva con forza il tentacolare mondo del crimine organizzato fino al punto da inserire nella giunta regionale, per la prima volta nella storia del Parlamento siciliano, due magistrati - Massimo Russo e Giovanni Ilarda, entrambi sostituti procuratori in servizio presso la Procura della Repubblica di Palermo e componenti della locale Direzione Distrettuale Antimafia – e da affidare loro incarichi di assoluto rilievo, tali essendo l’assessorato alla Sanità e l’assessorato alla Presidenza, allo scopo di asseverare, con tale decisione, la scelta programmatica di contrastare il malaffare di qualunque natura ed in qualunque modo operante negli organismi politico-amministrativi della Sicilia e, al contempo, di presentarsi all’opinione pubblica come soggetto politico che, godendo della fiducia di due autorevoli e noti magistrati siciliani i quali avevano accettato di far parte della sua giunta di governo, non era per ciò stesso sospettabile di contiguità alcuna con soggetti o settori del crimine organizzato… Tale decisione era, ovviamente, fortemente criticata da Aiello, il quale si chiedeva con espressione assai colorita come mai Lombardo Raffaele si era determinato ad operare un inserimento in giunta di due magistrati della Dda (“Ma che spacchio gli ha messo a due della Dda nella giunta regionale?”). Si trattava di una decisione che, ad avviso dell’Aiello, era inopportuna, se non addirittura pericolosa, e di ciò aveva avuto immediata conferma quando i due magistrati neo-assessori, qualche giorno dopo la nomina, secondo quanto appreso dall’Aiello, avevano fatto arrestare o comunque denunciato il 'braccio destro' di Lombardo ( “…e già gli hanno fatto…gli hanno fatto arrestare a uno, il suo braccio destro, l’hanno denunciato…”). A fronte di tali stizziti rilievi, Barbagallo spiegava all’amico capomafia che Lombardo Raffaele aveva inserito quei due magistrati per avere la copertura della magistratura, quantomeno a livello di immagine ('sta cercando di fare le coperture') e che non poteva fare diversamente, perché seguiva in tutto e per tutto i suggerimenti di Antonio Fiumefreddo, avvocato penalista catanese nominato da Lombardo alla Presidenza del Teatro Massimo 'Bellini' di Catania ('Sotto ricatto siamo, l’hai capito? Si è messo nelle mani di quel pezzo di merda di Antonio Fiumefreddo…'). La conferma che - ad avviso di Aiello Vincenzo – quella perseguita da Lombardo Raffaele con la nomina di due magistrati era una scelta di facciata che non gli sarebbe stata di alcun giovamento, si trae dal contenuto di due ulteriori intercettazioni ambientali del primo giugno 2008. Nella prima, lo stesso Aiello - dialogando con Tomasello Giuseppe e Oliva Pasquale - dissertava sulla inaffidabilità di soggetti da lui conosciuti come tale Alampo, che hanno un armadio pieno di scheletri ('E quando hanno troppi scheletri… non sono affidabili') e, per ribadire ulteriormente questo concetto, affermava testualmente: 'Non è l’ultima quella di Raffaele Lombardo… che nella giunta di governo gli ha messo due della Dda di Palermo… al governo regionale, per pararsi il culo…'. Aiello ritornava ancora su tale argomento nel corso della conversazione ambientale intercettata in località 'Margherito', allorchè, conversando con Oliva Pasquale e Bergamo Antonino – tutti in attesa dell’arrivo di Barbagallo Giovanni, il quale da altra coeva intercettazione si apprendeva essere andato ad un appuntamento proprio con Raffaele Lombardo – ad un tratto esclamava, riferendosi proprio al Lombardo Raffaele: 'Questo è un cornuto che non ce n’è! Minchia, come gli ha messo due della Dda nella giunta regionale?! E la prima cosa già gli ha fatto l’avviso di garanzia al suo… come si chiama… lì… Raffaele con Occhipinti…', e spiegava che la magistratura era intervenuta nei confronti di detto Occhipinti perché Lombardo Raffaele gli aveva 'assegnato una cosa ad una ditta riconducibile a lui, un milione e mezzo di euro…', per poi concludere lapidariamente con un proverbio siciliano che, a suo avviso, si adattava perfettamente alla scelta operata da Raffaele Lombardo: 'Si ti savvi a vipera ‘nta sacchetta, prima o dopu ti muzzica!' (in lingua italiana: 'Se ti conservi la vipera nella tasca, prima o poi ti morde!') Ancora è da due giorni che lui li ha fatti e già gli hanno fatto il primo avviso di garanzia…”.

I due Raffaele

Nelle carte è confluito anche uno stralcio inviato dalla procura di Caltanissetta di un’altra indagine a carico del capomafia di Enna, l’avvocato Raffaele Bevilacqua, e relativo alle diatribe politiche sorte in occasione di una competizione elettorale del 2003. “Si tratta in particolare degli esiti delle (operazioni di) intercettazioni telefoniche e ambientali delle conversazioni tra Bevilacqua Raffaele, Mazzone, Bonfirraro, Milano, tutti ritenuti appartenere alla medesima associazione criminale di tipo mafioso guidata dal Bevilacqua, e alcuni esponenti politici siciliani, tra i quali appunto Lombardo Raffaele… Si tratta complessivamente di n. 10 telefonate - effettuate nel periodo compreso tra il 24/04/2003 e il 20/05/2003 - alle quali vanno aggiunte alcune annotazioni contenute nell’agenda sequestrata a Bevilacqua Raffaele, le une e le altre riguardanti Lombardo Raffaele”. In uno di questi colloqui intercettati “Lombardo Raffaele con toni aspri e talora sprezzanti contestava al Bonfirraro di non avere rispettato l’impegno assunto di far votare il candidato Bonincontro ('ti eri impegnato con me di votare Bonincontro') e di avere fatto, invece, la campagna elettorale a favore dell’avvocato Palermo; il Bonfirraro accampava delle scuse, attribuendo quanto accaduto a non meglio precisati interventi di altri soggetti, ma Lombardo tornava ad incalzarlo : 'Ma che cazzo ti hanno fatto e fatto, ti hanno chiesto di votare Palermo e stai votando Palermo…'. Il Bonfirraro continuava a giustificarsi senza peraltro riuscire a convincere Raffaele Lombardo, il quale, ad un certo punto, provava a formulare una possibile spiegazione di quanto accaduto: 'Diciamo che Raffaelluccio, Raffaelluccio si è schierato con Palermo su input di Silviuccio Cuffaro e quindi tu stai eseguendo questa cosa'. E poiché il Bonfirraro continuava a respingere le contestazioni mossegli, Raffaele Lombardo confermava appieno gli apprezzamenti negativi espressi sul conto del suo interlocutore, aggiungendo che avrebbe potuto financo comprendere e giustificare la sua decisione di non votare Bonincontro, ma giammai il fatto di essersi schierato con il Palermo e di avere in tal modo disorientato i pochi 'amici' che egli aveva in quel collegio elettorale ('non volevi votare Bonincontro e lo posso capire… ma no che vai a finire con Palermo per sfasciarmi quei quattro amici che ho, gioia mia, non è possibile questo')”. Chiosano i pm: “A prescindere dalla fondatezza o meno dell’interpretazione data dal Lombardo al voltafaccia di Bonfirraro, che sia stato o meno il risultato di una strategia ordita da Bevilacqua Raffaele (“Raffaelluccio”) e da Salvatore Cuffaro, va osservato che l’intercettazione in esame – in uno alle risultanze tutte in precedenza esaminate - consente di delineare un desolante quadro d’insieme nel quale peculiare rilievo assumono i rapporti che Lombardo Raffaele ha intrattenuto con soggetto, come il Bevilacqua, inserito nel gotha della mafia nissena; ancor più, ove si consideri che nell’arco temporale in cui le intercettazioni in esame sono state effettuate, vale a dire nella primavera dell’anno 2003, l’appartenenza a pieno titolo del Bevilacqua alla mafia nissena era ormai divenuta di dominio pubblico e tale evenienza Raffaele Lombardo non poteva in ogni caso permettersi di ignorare, ed effettivamente non ignorava. Depone in tal senso la circostanza che gli incontri con il Bevilacqua - quello avvenuto il 28 aprile e quello (disdetto) del 2 maggio – erano fissati di buon mattino, a dimostrazione della estrema prudenza che caratterizza l’operato del Lombardo tutte le volte in cui sa di incontrare soggetti 'impresentabili', come si è già visto a proposito dell’incontro - quella volta avvenuto, invece, in piena notte - con Di Dio Rosario. La consapevolezza del Lombardo Raffaele di intrattenere rapporti con un soggetto, come il Bevilacqua, ormai divenuto impresentabile, sembra, peraltro, ulteriormente confermata dalla telefonata tra il Bonfirraro ed il Bevilacqua intercettata il 17 maggio 2003, nel corso della quale Lombardo si rifiuta di parlare al telefono con il Bevilacqua se non per il tramite del Bonfirraro”.

Il pestaggio di Angelo Lombardo

I magistrati ricostruiscono poi la vicenda del violento pestaggio subito da Angelo Lombardo probabilmente per delle promesse non mantenute dal parlamentare o dal fratello governatore. Una vicenda emblematica perché Angelo Lombardo non ha mai denunciato quel pestaggio e quando la storia finì sui giornali smentì categoricamente di aver subito aggressioni. L’episodio è stato invece confermato da alcuni pentiti e riscontrato dai magistrati secondo i quali Angelo Lombardo avrebbe cercato anche di recente di occultare le prove. Ecco cosa scrivono. “Il dato veramente singolare di tale vicenda è rappresentato dall’esito sorprendente delle prime verifiche effettuate dal Ros, le quali hanno permesso di appurare che Angelo Lombardo nel periodo indicato dallo Sturiale (uno dei pentiti che ha raccontato la storia risalente al 2008 ndr) è stato effettivamente ricoverato presso il reparto di terapia intensiva respiratoria dell’ospedale 'Cannizzaro' di Catania per tre giorni (dal 26/05/08 al 28/05/08). Inoltre si è accertato che, in occasione di precedente suo ricovero avvenuto il 23/02/2007 presso il medesimo nosocomio è stata formulata diagnosi di ingresso di 'sospetta Osas in paziente iperteso' e diagnosi di dimissione di 'insufficienza respiratoria, Osas di grado severo e ipertensione arteriosa' con prescrizione di terapia farmacologica congruente, mentre in occasione del ricovero del 26/05/2008, pur essendo stata formulata diagnosi di ingresso di 'crisi ipertensiva in Bpco riacutizzata' e diagnosi di dimissione di 'ipertensione arteriosa in Bpco riacutizzata', oltre agli accertamenti di routine è stato prescritto un accertamento (esame radiografico alla spalla destra) che non ha alcuna attinenza con la patologia ipertensiva di cui egli risulta affetto e che è stata prescritta verosimilmente allo scopo di accertare radiologicamente le eventuali conseguenze della bastonatura ricevuta”. Non solo: “Ulteriore indizio della gestione domestica della vicenda sembra doversi ravvisare nella assenza di qualsivoglia traccia del suddetto esame tra gli atti in copia acquisiti presso il predetto nosocomio. Inoltre l’esame delle cartelle cliniche consente di rilevare che entrambi i ricoveri del Lombardo sono stati curati dal medesimo sanitario responsabile della U. O. di Terapia Intensiva Respiratoria, ma mentre quello del 23/02/2007 risulta effettuato in regime ordinario, quello del 26/05/2008 è stato effettuato in regime cosiddetto 'intra moenia' che assicura al paziente condizioni di maggiore riservatezza, sicuramente più confacenti alla decisione del Lombardo di non denunciare l’aggressione subìta e di conferire a quella bastonatura un tasso di visibilità il più basso possibile. Ulteriore singolarità della vicenda in esame va certamente ravvisata in ciò, che Lombardo Angelo risulta avere sottoscritto la richiesta di rilascio di copia delle cartelle cliniche relative ai suoi ricoveri in data 2/04/2010, vale a dire dopo soli tre giorni (domenica compresa) dalla pubblicazione su un quotidiano a diffusione nazionale di indiscrezioni relative alla esistenza presso questa Procura della Repubblica di procedimento penale nei suoi confronti (e del fratello Raffaele e di altri personaggi politici) per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa".




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Il sistema Lombardo  raccontato su "S" Mercoledì 19 Febbraio 2014 - 19:04 di Alfio Sciacca 
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